Disastro Italia: ancora niente Mondiali

Emanuele Saponara
Sport
01/04/2026

È difficile commentare quello che è successo ieri sera ed è anche inutile e ripetitivo perdersi nei soliti discorsi. Sarebbe bellissimo raccontare solo un brutto sogno o uno scherzo di cattivo gusto, e la data di oggi aiuterebbe in questo, ma purtroppo è tutto terribilmente vero: l’Italia per la terza volta consecutiva non prenderà parte ai Mondiali di calcio, quest’anno nell'edizione itinerante di USA, Messico e Canada. Al nostro posto ci va la Bosnia.


Il fango di Zenica

Come anticipato, e tristemente ben noto a tutti, la Bosnia Erzegovina, con merito, vince 5-2 d.c.r. (1-1 al termine dei 120’) e approda per la seconda volta ai Mondiali. Per l’altro l’ultima, nonché unica partecipazione ai Mondiali dei gialloblu, era quella di Brasile 2014, quella che, eliminazione dopo eliminazione, sta passando alla storia come la nostra ultima apparizione.

L’Italia diventa l’unica nazionale vincitrice di almeno una Coppa del Mondo a non partecipare per tre volte consecutive ai Mondiali.


Ma in che modo?


La risposta meriterebbe chilometri di spazio e numerose parentesi da aprire, ma rimanendo nel merito dei 120 minuti più rigori, lo fa nel modo più triste e per certi versi beffardo possibile. La gara nella cittadina di Zenica si apre, come prevedibile, in uno stadio carico e avverso agli Azzurri che però riescono ad andare avanti al 15° minuto grazie a Moise Kean, che approfitta di un rinvio sciagurato del portiere Vasilj su pressione di Barella e sigla l’1-0. Sembrava che la strada fosse più o meno spianata verso il Canada, il Messico e gli Stati Uniti.

Ma la storia, ancora una volta, ce la siamo complicata da soli. Al minuto 41 Alessandro Bastoni commette un errore di posizionamento e travolge Memic lanciato a rete. Rosso diretto. Da quel momento, l'Italia smette di giocare. Gattuso, in preda al panico tattico, toglie Retegui per inserire Gatti, rinunciando di fatto a qualsiasi ripartenza e consegnando il pallino del gioco alla Bosnia per oltre 80 minuti (inclusi i supplementari).


C’è da dire che la combinazione fatale arriva a causa di un corto rilancio di Donnarumma, di una mancata copertura di Mancini e a causa di un Bastoni che, fuori ruolo, dimostra di essere un difensore moderno e capace (non a caso è stravoluto dal Barcellona), ma assolutamente non adatto a guidare una difesa a tre da centrale. I bosniaci, con coraggio e capacità tecnica, costringono gli italiani nella loro metà campo, se non addirittura nell'area di rigore, per tutto il resto della gara e trovano con merito il pareggio al 79’ grazie al tap-in di Tabakovic dopo la prima conclusione dell’eterno Edin Dzeko.

Poi ancora tanta Bosnia e poca Italia, che può lamentarsi solo di un possibile rosso ai danni del difensore del Sassuolo Muharemovic al minuto 102, quando stende da dietro Palestra. Non sarebbe cambiato molto e comunque non erano rispettati tutti i parametri della DOGSO (acronimo che indica la negazione di una chiara occasione da rete) vista la vicinanza di Burnic nell’occasione. Ai calci di rigore il destino sembrava già scritto: loro perfetti, noi no. Praticamente lo specchio della partita. Decisivi gli errori di Pio Esposito e Cristante; Donnarumma intuisce solo l’ultimo rigore dei bosniaci senza però negare la rete che scatena la festa in quel di Zenica.


È inutile pensare che si sia andati a 11 minuti dall’impresa. Non sarebbe stata alcun tipo di impresa e, se si guarda al percorso di qualificazione più i playoff, per il non-calcio espresso, ci meritiamo ancora una volta di non prendere parte al più importante torneo calcistico tra Nazionali.


Il fallimento del “Gattusismo”

Parte inevitabilmente il processo ai protagonisti. Delle due gare contro Irlanda del Nord e Bosnia si salvano forse solo Kean e Donnarumma.


Anche in panchina solo delusione.


Gennaro Gattuso non ha un curriculum da allenatore invidiabile, non a caso prima degli Azzurri guidava l’Hajduk Spalato in Croazia. Dal lato tattico, infatti, non ci si aspettava nulla (e nulla abbiamo ricevuto), ma dal lato umano e caratteriale ci si aspettava molto di più; eppure, anche qui, l'apporto alla causa è stato nullo.

Ringhio, mascherato dietro una corazza di uomo di calcio forte e leale, è sembrato il più spaventato di tutti, a partire dalle dichiarazioni prima della gara contro l’Irlanda del Nord: “Ho chiesto espressamente io di giocare a Bergamo alla New Balance Arena perché San Siro e lo Stadio Olimpico non ti perdonano nulla” o ancora: “Abbiamo provato i rigori, sappiamo che è un’eventualità possibile”. Dichiarazioni di paura neanche troppo velate.


La paura si era manifestata ancora prima nelle convocazioni, quando sono stati lasciati a casa tanti giocatori in forma “in favore del gruppo”. Ma di quale gruppo si parla? Sul livello dei convocati rispetto a quelli lasciati a casa si potrebbe discutere all’infinito, ma sulle condizioni fisiche no. Che senso ha avuto convocare Raspadori, Scamacca e Zaccagni che sono praticamente indisponibili? Chiesa non pervenuto, e al suo posto Cambiaghi piuttosto che Zaniolo o Bernardeschi.

Perché?

O ancora, ed entrando così ancora di più nel merito dell’espulsione, perché forzare un Bastoni non al 100% fisicamente in un ruolo non suo? All’Inter chiunque è stato provato da centrale della difesa a tre, da Conte e Inzaghi prima e da Chivu adesso, ma lui mai. Avere cattiveria, agonismo e cazzimma non vuol dire andare a muso duro con l’ala bosniaca che voleva accelerare la rimessa laterale o, tantomeno, fare quasi a botte con i calciatori israeliani alla fine del 5-4 del 9 settembre scorso. La cattiveria, l’agonismo e la cazzimma sono un’altra cosa, e l’hanno dimostrato i nostri avversari ai quali possiamo solo invidiare una Nazionale che ha avuto veramente voglia di vincere.


Il Terremoto nei Palazzi: Verso il Commissariamento?

Se il campo ha emesso la sua sentenza definitiva a Zenica, fuori dal rettangolo verde la tempesta istituzionale è appena iniziata. Il principale imputato non può che essere Gabriele Gravina: il Presidente della FIGC è l'uomo solo al comando di un transatlantico che ha colpito tre iceberg consecutivi. Nonostante il successo dell'Europeo 2021 sia ormai sbiadito come un vecchio ricordo analogico, la gestione politica del quadriennio 2022-2026 è stata segnata da una cronica incapacità di riformare il sistema. Le dimissioni, invocate a gran voce da tifosi e stampa, sembrano l'unica via d'uscita dignitosa per evitare un tracollo d'immagine senza precedenti, ma la sensazione è che si proverà ancora una volta la strada dell'arroccamento burocratico.

In questo scenario di macerie, anche la figura di Gianluigi Buffon finisce sotto la lente d'ingrandimento. Il Capo Delegazione, garante del "senso di appartenenza" e ponte tra squadra e federazione, è apparso impotente di fronte allo sfaldamento caratteriale del gruppo. La sua leadership silenziosa, che avrebbe dovuto fungere da scudo per i più giovani, non ha prodotto gli effetti sperati, lasciando trapelare l'immagine di una leggenda intrappolata in un ruolo più formale che sostanziale. Il rischio, per Buffon, è quello di veder macchiato il proprio pedigree da una partecipazione passiva a uno dei momenti più bui della storia federale.

Ma la partita vera si gioca ora tra via Allegri e i palazzi della politica. Il Ministro per lo Sport Andrea Abodi ha già rilasciato dichiarazioni pesanti, parlando di "fallimento sistemico che richiede scelte radicali". Il Governo, tramite il CONI di Giovanni Malagò, sta valutando seriamente l'ipotesi del commissariamento della FIGC. Sebbene le norme FIFA vietino interferenze governative dirette, la gravità del momento e il danno economico stimato per l'indotto nazionale potrebbero spingere verso una gestione straordinaria per azzerare i vertici e riscrivere le regole dei vivai e dell'indice di liquidità dei club. L'Italia del calcio è un paziente in arresto cardiaco: non servono più i palliativi o i cambi di modulo, serve uno shock elettrico che parta dall'alto, prima che l'irrilevanza internazionale diventi la nostra nuova, triste identità permanente.



Foto: Salvatore Fornelli

Emanuele Saponara