Champions League: un silenzio che fa rumore

Tra martedì e mercoledì si sono giocate le partite di andata dei quarti di finale di Champions League. La coppa più importante, prestigiosa e ricca del calcio per club. Eppure, in Italia, quasi nessuno sembra essersene accorto davvero.
Il motivo è semplice quanto imbarazzante: non c'è nessuna squadra italiana. E i media, anziché interrogarsi su questo fallimento, hanno scelto la strada più comoda: celebrare. Il grande ritorno dell'Inter alla vittoria in campionato, il riavvicinamento della Juventus alla zona Champions, ora distante un solo punto. Piccole imprese domestiche raccontate come grandi eventi, mentre tra Madrid, Barcellona, Londra e Monaco si gioca la vera storia del calcio europeo.
Vale la pena ricordare come ci siamo arrivati a questo punto. Inter e Juventus — le nostre squadre più titolate a livello nazionale, quelle che dovrebbero rappresentare il nostro fiore all'occhiello — eliminate nei play off da Galatasaray e Bodø/Glimt. Non agli ottavi, non ai quarti: ai play off, perché non si erano nemmeno classificate tra le prime otto della fase campionato. Per non parlare del Napoli Campione d'Italia, che i play off neanche li ha visti. Una disfatta che nel giro di poche settimane è già stata archiviata, sepolta sotto i titoli di una classifica di Serie A.
C'è qualcosa di più profondo dietro questa rassegnazione collettiva. La Serie A ha perso brand, appeal internazionale e competitività, e chi la governa lo sa perfettamente. Ma a Juventus, Inter e Milan, le nostre squadre più titolate, sembra quasi non convenir cambiare nulla. Un campionato più competitivo significherebbe mettere a rischio la propria leadership domestica e, con essa, la qualificazione europea. Meglio tenere tutto com'è: un campionato prevedibile, dove ogni tanto viene concesso qualcosa ad un outsider, oggi il Napoli, domani chissà, tanto si sa che non si può durare nel tempo, e chi si gioca il quarto posto si può alternare. In Italia il vero obiettivo non è vincere la Champions ma semplicemente arrivarci. Le famose sette sorelle, quel calcio italiano che negli anni Novanta e Duemila dominava l'Europa, hanno scelto. Non vogliono un movimento forte, vogliono un feudo sicuro. Un campionato di livello porterebbe nuovi avversari, nuove pretendenti al vertice, nuovi rischi. E allora meglio così: Serie A come anticamera della Champions, non come competizione di valore autonomo. Il brand è morto, ma i ricavi arrivano lo stesso. Questo basta. Il resto — la qualità, il prestigio, il ritorno alla grandezza — non è mai davvero all'ordine del giorno.
Nel calcio — e nel giornalismo sportivo italiano in particolare — si è ormai affermata una logica precisa: si vive solo l'oggi, si fa sognare il domani, e tutto ciò che è andato storto viene dimenticato in fretta. L'importante è rientrare in Champions, perché la Champions genera introiti. Che poi quei soldi servano a costruire squadre capaci di vincerla, questo resta una domanda senza risposta, o peggio, senza nemmeno essere posta.
Le motivazioni dei fallimenti europei, le ragioni strutturali di eliminazioni ormai diventate abitudine, non vengono analizzate né rimarcate. Perché farlo significherebbe ammettere che il problema non è episodico, ma sistemico. Non si tratta di un sorteggio sfortunato o di una serata storta, ma di un gap reale con le migliori d'Europa.
E il movimento calcio in Italia? Zenica è già passata. Già dimenticata.