Pino Daniele tra blues e Napoli: il ricordo di Jermano

Nicola Caprera
Spettacolo
05/01/2026

Undici anni dopo la scomparsa di Pino Daniele, il tempo non ha attenuato l’assenza. Per Rosario Jermano, storico musicista e collaboratore di alcuni degli album più importanti dell’artista napoletano, quella mancanza è ancora una presenza quotidiana, intima, quasi fisica.

«La mia è una situazione molto particolare, era il mio migliore amico quindi è forte la mancanza che sento, l’ho sentita dalle prime ore che ho appreso la notizia della sua scomparsa e non mi sono abituato dopo undici anni. Lo sento sempre con me, so che sta con me, che mi protegge». Parole che restituiscono la dimensione di un rapporto che andava oltre la musica: amicizia, condivisione, crescita comune.


Gli inizi e la sfida del napoletano

Jermano e Daniele erano poco più che ragazzi quando hanno iniziato a suonare insieme. «Nel ’76 avevamo 22-23 anni, non è stato facile far accettare il napoletano perché eravamo abbastanza discriminati, ci dicevano tutti che era molto difficile affermarsi cantando in dialetto». Una barriera culturale forte, che oggi sembra lontana. «Oggi non lo è più forse grazie anche a noi».

La scelta di cantare nella propria lingua, di portare Napoli dentro una musica nuova, non era una strategia ma una necessità espressiva. «Il nostro primo disco è stato fatto con entusiasmo e senza capire che cosa stavamo facendo, non era un gioco ma un obiettivo raggiunto dopo tanti sacrifici».


Terra mia e la nascita di un suono

Quei sacrifici passavano anche per mezzi rudimentali e una passione assoluta. «All’epoca esistevano ancora le case discografiche, i produttori, i direttori artistici, quelli bravi, come Bruno Tibaldi della EMI». Ma prima di arrivare a loro c’erano i provini fatti in casa: «Con due registratori, univamo i fili e facevamo le sue incisioni, con un rumore di fondo pazzesco». Ed è in quel contesto che nasce Terra mia.


Scegliere la musica, senza rimpianti

La strada artistica non era scontata. Pino Daniele avrebbe potuto scegliere un’altra vita. «Le zie iscrissero Pino Daniele ad un concorso per il posto fisso, lui doveva decidere se fare l’artista o il dipendente». Ma il sogno era più forte. «Quando il tuo sogno è fare il musicista, ci vuole poco a decidere».

Una scelta condivisa anche da Jermano: «Anche io ero un progettista aeronautico e mi sono licenziato, a 24 anni ho lasciato un lavoro d’oro e non mi sono mai pentito». Decisioni radicali, figlie di un tempo in cui credere nella musica significava rischiare tutto.


Tradizione, blues e rivoluzione

Pino Daniele non nasce dal nulla, ma da una storia musicale precisa. «Tutto questo processo è iniziato nel dopoguerra con Renato Carosone, non ha iniziato Pino a utilizzare il jazz». La novità stava nella sintesi. «I testi sono la grande magia di Pino, ma anche il modo di comporre».

Insieme, racconta Jermano, «ci siamo legati a quella tradizione, a quel carro e siamo andati avanti, abbiamo cambiato le carte in tavola, rinnovato delle cose e creato un nuovo sound». Un suono che nasceva anche dal suo strumento: «Pino era un chitarrista, non si sognava neppure lontanamente di diventare un cantante. Era un bluesman».


L’eredità che resta

Oggi, a distanza di undici anni, quella musica continua a parlare. E chi l’ha vissuta in prima persona ne porta ancora il peso e la gratitudine. «Abbiamo fatto quello che sentivamo, niente di più». Una frase semplice, che racchiude un’intera filosofia artistica.