Oliver Stone: tutto fuorché americanismo

Davide Faina
Spettacolo
15/09/2026

Ripercorrere gli 80 anni di Oliver Stone cercando di trovare un filo logico è una sfida più ardua di quel che potrebbe sembrare. Ci sono aspetti della sua vita e delle sue opere che sembrano poter rientrare all’interno di uno schema logico di causa-conseguenza, mentre altri ne fuoriescono totalmente. Un buddhista, figlio di un ebreo americano e una cattolica francese. Un premio Oscar per miglior sceneggiatura non originale nel 1979, gli anni in cui la sua carriera da regista faticava a decollare. Il simbolo del cinema di denuncia americano, con un retaggio familiare conservatore fatto di uffici e grattacieli alle spalle. Sembra ci sia una guerra interna nella vita del regista di New York, un rapporto complicato col mondo in cui è stato cresciuto, che non cerca pero di dimenticare ma, anzi, mantiene centrale nelle sue opere da oltre 50 anni.


Sfogliando i temi e i protagonisti della sua filmografia risulterebbe difficile non pensare a Oliver Stone come un Americanista. Dalle agonianti trincee di “Platoon” agli avidi agenti di borsa di “Wall Street”, passando per la cultura dello sport di “Any Given Sunday”. Una trilogia simbolica sul Vietnam (oltre Platoon anche Tra Cielo e Terra Nato il 4 Luglio, la cui proiezione si terrà oggi alla Casa del Cinema di Roma alla presenza del cineasta newyorkese per celebrare i suoi 80 anni)un’altra sui presidenti americani (JFK – Un caso ancora aperto, Gli intrighi del potere – Nixon e W.), persino un film sugli eventi dell’11 Settembre (World Trade Center) solo 5 anni dopo i tragici avvenimenti. 


La bandiera a stelle strisce sembra essere il minimo comune denominatore della sua filmografia, ma Stone non predilige lo sguardo e i valori del Sogno Americano, tantomeno l’indole narcisista. I suoi protagonisti non sono eroi in cima a piedistalli, ma figure in secondo piano, osservatori silenziosi che raccolgono le macerie, spesso coloro che subiscono unicamente le conseguenze delle proprie vittorie. Uomini soli senza potere o controllo sulle loro sorti. Una lotta contro un sistema che egli stesso si ritrova ad utilizzare come megafono per diffondere il suo dissenso. Forse era destino che accanto ai suoi 4 premi Oscar ci fossero anche 4 candidature ai Razzie Awards (Peggior Regista e Sceneggiatore per “U-Turn”, “Alexander” e “Year of the Dragon”).


Se con l’avanzare della sua carriera protagonisti, ambientazioni e narrazioni si sono evolute, la sua natura polemica e la lotta contro le gerarchie sociali sono rimasti saldi. Gli incubi della guerra nel Vietnam lasciano spazio alla manipolazione silenziosa dei nuovi Media, prima con la televisione nell’avveniristico e rivoluzionario “Natural Born Killers” e successivamente con Internet in “Snowden”.

Stone è riuscito ad anticipare anche le attuali tendenze di Hollywood e dei suoi registi. Un Blockbuster fallimentare arrivò con “Alexander” nel 2004, ma già negli anni 90 si cimentò nel genere del Biopic Musicale con “The Doors”, mentre un Legacy Sequel s’incarnò in “Wall Street: Il denaro non dorme mai” nel 2010, circa un decennio prima che i grandi studios cominciassero a rispolverare tra i successi del passato per fare leva sulla nostalgia del pubblico. Ha persino vissuto le ormai ricorrenti riorganizzazioni del calendario cinematogafico per evitare accavallamenti tra le nuove uscite più attese (non è da tutti costringere Kubrick e Tarantino a rimandare il proprio film per paura di rimanere oscurati, rispettivamente nei casi di Full Metal Jacket e Pulp Fiction).


Oliver Stone in molti sensi incarna alla perfezione il suo paese, con le sue contraddizioni e il suo spettacolarismo, ma è al contempo la prova vivente che la denuncia e la resilienza ideologica possono trovare spazio all’interno di narrazioni mainstream, magari portandosi a casa 4 Oscar nel frattempo.


Davide Faina