I 75 anni di John Deacon, il bassista sparito dei Queen

Ci sono rockstar che sembrano nate per stare sotto i riflettori. E poi c’è John Deacon, che dai riflettori è riuscito persino a scappare. Oggi, 19 agosto 2026, il bassista dei Queen compie 75 anni. Un compleanno che potrebbe essere l’occasione per celebrarlo con un concerto, un’intervista, una comparsata televisiva. Per lui, invece, è semplicemente un altro giorno lontano dal rumore. Ed è forse proprio questo il modo più coerente per raccontare l’uomo che, dentro la band più teatrale della storia del rock, ha sempre scelto di stare un passo indietro. Deacon entrò nei Queen nel 1971, ultimo tassello della formazione che avrebbe trasformato quattro personalità diversissime fra loro in una delle macchine musicali più importanti del Novecento. Se Freddie Mercury era il magnete, Brian May il chitarrista-scienziato e Roger Taylor l’istinto rock, Deacon era invece il ragazzo che se ne stava in disparte, silenzioso, metodico, quasi timido. Laureato in ingegneria elettronica, invece di comportarsi da aspirante rockstar, sembrava avere già capito che per far funzionare una macchina bisogna prima conoscerne gli ingranaggi. Il suo basso diventò uno degli elementi fondamentali del suono dei Queen. Ma ridurre Deacon al ruolo di bassista sarebbe un errore enorme. Era una presenza discreta anche nelle dinamiche interne del gruppo, poco incline alla competizione e al protagonismo. In un gruppo nella quale quattro ego avrebbero potuto tranquillamente riempire un’intera stanza, Deacon era quello che osservava, ascoltava e interveniva quando aveva qualcosa da dire. E spesso quel qualcosa diventava una canzone. Perché il paradosso di John Deacon è proprio questo: l’uomo più schivo dei Queen ha scritto alcune delle loro canzoni più riconoscibili. La prima grande sorpresa arrivò nel 1975 con “You’re My Best Friend”, una canzone dedicata alla moglie Veronica Teztlaff, piccola gemma luminosa e apparentemente semplice, incastonata nel loro album capolavoro “A night at the Opera” e lontanissima dalle architetture barocche di “Bohemian Rhapsody”. La delicata melodia di Deacon divenne una hit e mostrò che dentro quel bassista apparentemente appartato c’era un autore capace di costruire trame pop immediate e memorabili. Poi, nel 1980, arrivò il colpo che nessuno probabilmente avrebbe associato a quel ragazzo tranquillo: “Another One Bites the Dust”. Il basso, questa volta, non accompagnava la canzone: praticamente la comandava. Deacon guardava alla soul music e al funk e trasformò i Queen in qualcosa di completamente differente. Gli Stati Uniti impazzirono per quel groove così riconoscibile e immediato e la canzone divenne uno dei maggiori successi della band oltreoceano.
E non era finita. Deacon firmò pure “I Want to Break Free”, altro brano entrato nell’immaginario collettivo (anche grazie al video nel quale i componenti comparivano travestiti da donne in una parodia della soap opera britannica “Coronation Street”), oltre a brani magari meno conosciuti dal grande pubblico ma amati dai fans della band come “Spread Your Wings”, “Need Your Loving Tonight”, “One Year of Love” e “Friends Will Be Friends”, quest’ultima scritta insieme a Freddie Mercury. La cosa curiosa è che Deacon non aveva bisogno di produrre decine di canzoni per lasciare il segno. Ne scriveva poche, ma quando arrivavano erano spesso destinate a diventare enormi. Brian May lo avrebbe ricordato proprio come il “dark horse” dei Queen: quello che sembrava avere sempre meno da dire e che, quando finalmente tirava fuori una canzone, tirava fuori una hit. Poi arrivò il 24 novembre 1991. Freddie Mercury morì e qualcosa, per Deacon, si ruppe definitivamente. Non era soltanto morto il cantante dei Queen. Era scomparso il delicato e complesso equilibrio umano che aveva tenuto insieme quella creatura gigantesca. Deacon continuò ancora per qualche anno, partecipando alle attività legate alla band e tornando sul palco in occasioni particolari come il concerto tributo a Freddie Mercury dell’aprile del 1992. Nell’ottobre del 1997partecipò alla registrazione di “No-One But You (Only the Good Die Young)” brano dedicato a Mercury ed incluso nella raccolta “Queen Rocks”. Poi basta. A 46 anni, John Deacon decise di ritirarsi. Non una pausa promozionale, non un modo per alimentare il mito, non il classico “tornerò quando ne avrò voglia”. Una scelta vera. Da allora ha mantenuto una vita privata, lontana dal palco e dall’industria musicale, qualche scatto rubato che lo ritrae mentre passeggia o fa la spesa, come un qualunque borghese britannico. Quasi nessun contatto con gli ex compagni Brian May e Roger Taylor, i quali intanto portano avanti il nome e il mito Queen. E forse è proprio questa la parte più straordinaria della sua storia. John Deacon ha avuto fama, denaro, dischi venduti in tutto il mondo e canzoni diventate patrimonio collettivo. E a un certo punto ha deciso che non gli interessava più niente di tutto questo. In un’epoca nella quale anche sparire è diventato un modo per costruire un personaggio, Deacon ha fatto qualcosa di molto più radicale: è semplicemente sparito davvero. Oggi compie 75 anni. I Queen continuano a esistere, le sue canzoni continuano a essere ascoltate da milioni di persone e quel basso continua a entrare nelle orecchie di generazioni che forse non sanno nemmeno chi lo suonasse. Lui, probabilmente, è perfettamente d’accordo. Perché John Deacon non è stato soltanto il bassista silenzioso dei Queen. È stato l’uomo che, dopo aver contribuito a costruire una delle band più grandi della storia, ha avuto il coraggio di scendere dal palco e non tornarci più.