10.01.2016-10.01.2026: dieci anni senza David Bowie

Stefano Faina
Spettacolo
10/01/2026

Oggi, 10 gennaio 2026, ricorrono dieci anni dalla scomparsa di David Bowie, ma parlare di lui in termini puramente commemorativi resta difficile: Bowie continua a sembrare un artista in atto, più che un capitolo chiuso. La sua storia, soprattutto agli inizi, è anche il racconto di una lunga e ostinata ricerca, fatta di tentativi falliti, deviazioni improvvise e intuizioni che hanno cambiato per sempre il linguaggio del pop.

I suoi inizi furono tutt’altro che folgoranti. Nato David Robert Jones nella Londra del dopoguerra, Bowie attraversò gli anni Sessanta in una condizione di quasi invisibilità. Cambiò nome per non essere confuso con Davy Jones dei Monkees, pubblicò singoli che non lasciarono traccia, oscillò tra folk, beat, teatro musicale e sperimentazioni visive. Il successo isolato di Space Oddity nel 1969 sembrò una svolta, ma si rivelò fragile: i dischi successivi vendettero poco e Bowie appariva come un talento irrequieto, ancora in cerca di una forma.


Fu proprio questa instabilità a generare la sua intuizione decisiva: fare dell’identità un terreno mobile, una materia artistica. Con The Man Who Sold the World e Hunky Dory affinò la scrittura, ma l’esplosione arrivò nel 1972 con Ziggy Stardust. Non un personaggio, ma un universo narrativo completo: alieno, rockstar, messia decadente. Bowie non lo interpretava soltanto, lo incarnava, cancellando il confine tra vita e finzione. In quel gesto c’era una rottura definitiva: l’artista poteva essere molteplice, contraddittorio, in continua trasformazione.

Da lì in poi la sua carriera divenne una sequenza di metamorfosi. Al glam seguì l’anima soul di Young Americans, poi l’eleganza disturbante del Duca Bianco in Station to Station, figura nata in un periodo segnato da eccessi e disorientamento. Bowie non nascose mai il costo di quelle trasformazioni: la fragilità non veniva rimossa, ma integrata nel racconto.


La rinascita arrivò a Berlino. Lontano dai riflettori, Bowie scelse la sottrazione e il rischio: Low, “Heroes” e Lodger smontarono la forma pop tradizionale, fondendo elettronica, sperimentazione e introspezione. Ancora una volta rifiutava di essere ciò che ci si aspettava da lui. Anche quando negli anni Ottanta divenne una star globale, non smise di interrogarsi sul senso della celebrità e del controllo artistico.


Dopo un lungo silenzio, The Next Day nel 2013 segnò un ritorno inatteso e significativo: un disco che guardava al passato senza nostalgia, rimettendo in scena frammenti di identità precedenti per smontarle e rileggerle. Non era un’operazione celebrativa, ma un confronto diretto con la propria storia. Tre anni dopo, Bowie compì l’ultimo, lucidissimo gesto: Blackstar uscì l’8 gennaio 2016, due giorni prima della sua morte. Un’opera oscura, frammentata, consapevole, in cui l’artista trasformava la fine in linguaggio, lasciando alla musica il compito di dire ciò che le parole non potevano.


A dieci anni dalla scomparsa, la lezione di Bowie appare chiarissima. I difficili inizi, l’esplosione delle sue identità, i ritorni e gli addii raccontano un’idea radicale di arte come movimento continuo. Bowie non ha mai cercato una forma definitiva: ha insegnato che cambiare, anche quando costa, è forse l’unico modo per restare fedeli a se stessi