Populisti e conservatori, "c'eravamo tanto amati"

Che la religione cattolica continui ad avere un peso politico e simbolico enorme lo si capisce proprio da qui. Perfino una polemica relativamente marginale di Donald Trump contro il pontefice, con i "virgolettati" tra i meno gravi della sua carriera politica, è bastata a spingere alcuni dei leader più vicini agli USA dei MAGA a prendere le distanze. Certe soglie simboliche restano, ancora, invalicabili.
È da questa frattura che si può leggere una dinamica più profonda, quella rappresentata dal rapporto tormentato e irrisolto tra populismo e conservatorismo.
La dialettica tra populisti e conservatori è stata, infatti, raccontata come un’alleanza naturale, anche considerando aver ottenuto insieme l'annientamento del fronte progressista. In realtà, nella storia recente delle democrazie occidentali, il rapporto è stato più simile a una tregua armata. Lo scontro di queste ore tra il presidente degli USA Donald J. Trump e Papa Leone, è la manifestazione empirica di questa fase.
Il populismo nasce come promessa di rottura “noi contro le élite”. Ora, il conservatorismo classico è parte di quelle élite, non un loro avversario. È struttura, ordine, continuità, istituzione. Il populismo, invece, vive di rottura, accelerazione, crisi permanente. I due mondi possono viaggiare insieme solo finché condividono un nemico comune.
Trump ne è stato il cavaliere più valoroso. Leader di una base populista che diffida delle istituzioni, si è trovato spesso in conflitto con il conservatorismo istituzionale, religioso "tradizionale" (perchè con gli evangelisti va molto d'accordo), giudiziario, persino con pezzi della sua stessa area politica.
Tutto ciò non è un’anomalia ma il destino fisiologico dei populismi, così come sono stati pensati.
Il motivo è, sostanzialmente, strutturale perché il populismo trae forza dalla delegittimazione dei corpi intermedi quali magistratura, media, università, chiese e burocrazie. Ma quei corpi intermedi sono esattamente ciò che il conservatorismo storico difende, perché rappresentano ordine, stabilità e, da non sottovalutare mai e poi mai, la tradizione. Ecco perchè quando il populismo spinge oltre, il conservatorismo frena.
La frattura diventa evidente quando il conflitto non è più “contro l’élite progressista”, ma contro l’idea stessa di mediazione istituzionale. In questa prospettiva, il vero “nemico finale” dei populisti non è la sinistra, non il woke o qualsiasi altro fantasma che infesti le loro furiose menti.
Il loro nemico è il conservatorismo stesso. Unico potere in grado di rappresenta ciò che il populismo, per sopravvivere, deve continuamente sfidare – l’ordine, la regola, il limite.