Magyar batte Orban: cosa cambierà in Ungheria?

Lorenzo Villanetti
Esteri
14/04/2026

Le elezioni ungheresi hanno visto dopo sedici anni la fine dell'era Orban e la vittoria di Peter Magyar, nuovo primo ministro. Per parlarne, ai microfoni di Radio Roma Sound, nel corso di "Questa non è un'esercitazione" è intervenuto Federico Bosco, giornalista de La Ragione e di Italy Post. Le sue dichiarazioni:


L'analisi di Federico Bosco


"Magyar è nel circolo di potere di Orban da 15 anni abbondanti, specialmente nell'ultimo decennio è stato vicino alla sua ex moglie, Judit Varga, da cui si è divorziato nel 2024 e che è stata ministro della giustizia, il ché vuol dire che gestiva tutte le polemiche sullo stato di diritto. Tornando a Magyar, lui ha portato avanti questa ribellione di partito contro Orban, essendo presente nel PPE, partito conservatore equilibrato. Sicuramente la sua intenzione è quella di rompere questa deriva 'orbaniana', sia a livello interno - come centralizzazione del potere - sia questa contrapposizione netta nei confronti dell'UE e del blocco del pacchetto aiuti all'Ucraina.


Magyar nel discorso di vittoria ha detto che approverà il pacchetto aiuti all'Ucraina, ma non sosterrà il percorso di adesione accelerato all'UE e cercherà di portare avanti un percorso più europeista, simil Tusk in Polonia, anche lui del PPE che qualche anno fa aveva sconfitto esponenti più estremisti. Anche la Polonia è diventato un Paese più europeista ma è rimasta ferma su alcuni temi, come l'immigrazione. Penso che Magyar si metterà in scia. Se Magyar farà il politico equilibrato, dell'Ungheria si parlerà sempre meno. Se ne è parlato tanto in questi anni a causa dell'opposizione all'UE, ma in sostanza è un paese piccolo. Non dominerà sicuramente la scena della politica europea.


Come l'hanno presa i cittadini ungheresi?


Erano 16 anni che c'era Orban, è stato molto oppressivo proprio dal punto di vista culturale ed economico. L'economia ungherese non è andata molto bene. Se la paragoniamo ai Paesi vicini hanno un reddito pro capite molto basso. Anche tutta la famosa indipendenza 'orbaniana' sull'energia russa e investimenti cinesi poi non si è tradotta in crescita economica o benessere. Poi c'è una forte oppressione proprio a livello mediatico. Orban ha in giro una dozzina di oligarchi che controllano l'economia beneficiando dei fondi europei. Gli stessi controllano anche tutti i mass media, come un Berlusconi che ce l'ha fatta (ride, ndr). In Ungheria da giornalista facevo fatica a seguire quello che succedeva realmente, perché allo stesso tempo c'era un apparato di propaganda ma anche un piccolo nucleo di opposizione, e da giornalista fai fatica a trovare una sintesi in mezzo a questa contrapposizione estrema. Poi in Ungheria sono magiari, hanno un origine ugro -finnica, parlano una lingua diversa rispetto ai Paesi slavi e è inserita in una sfera culturale che può essere più chiusa.


Inizio della fine dei populismi?


Inizio della fine dei populismi? Il populismo se c'è viene rimescolato fuori. Con Orban finisce comunque una figura importante. È stato sostenuto da JD Vance, anche la Meloni si è esposta con quel video per supportarlo, adesso è facile dire che ha vinto uno di destra. È caduta una figura importante, adesso bisogna vedere se e come Orban combatterà dall'opposizione, Tempo fa anche Netanyahu era stato sconfitto, poi è tornato. Magyar ora potenzialmente ha il potere di fare riforme che ha promesso. L'apparato mediatico è quello che dicevamo, l'apparato economico legato estremamente al giro di oligarchi di Orban, che ha costruito un regime in senso 'democratico', al cui interno c'è tutta gente fedele a lui e al suo partito. Cosa succederà? È tutto un po' da seguire. La campagna elettorale è stata veramente feroce. Un punto interrogativo è anche come evolveranno accuse dell'ex moglie di Magyar, che lo accusato di abusi e molestie. Questi argomenti poi potrebbero uscire per attaccare la sua figura.


Scontro Papa-Trump?


Quello che posso notare è che il ruolo della chiesa cattolica negli Stati Uniti sta diventando sempre più importante perché diventa più importante la presenza ispanica, e quindi cattolica, che guarda più a Roma. Anche Prevost è un papa "ispanico" avendo vissuto in Perù. C'è questa contrapposizione secondo me. Per un Paese come gli Usa che ha tutto un sistema di chiese evangeliche, molto autonome e anche un po' estreme, una figura come Il papa chiaramente dà fastidio. Va guardata con attenzione perché segna un'escalation degli atteggiamenti di Trump e guardando anche all'Italia è notevole come Meloni abbia subito marcato le distanze, perché il Papa in Italia conta ancora qualcosa. Gli americani dunque stanno conoscendo in prima persona il cattolicesimo. E qui la figura di Rubio è importante: cubano, cattolico… è proprio una di quelle figure che potrebbe incarnare questo tema del cattolicesimo negli Stati Uniti".