Le ultime news sul conflitto tra Usa-Israele e Iran

Romina Caprera
Esteri
02/03/2026

Il conflitto tra Israele-Stati Uniti e Iran sta assumendo contorni sempre più ampi, con il rischio di una vera escalation regionale. Ne abbiamo parlato con il giornalista Valerio Nicolosi, per un’analisi geopolitica della situazione e delle parole del ministro della Difesa Guido Crosetto, e con l’astrofisico e ricercatore in intelligenza artificiale Cristiano Fanelli, per capire come la tecnologia – in particolare i droni potenziati dall’IA – stia cambiando il volto della guerra contemporanea.


“È già un conflitto regionale”

Valerio Nicolosi parte da un punto fermo: il conflitto non è più circoscritto. «È evidente che tutti i Paesi del medio oriente sono stati colpiti e questo sta diventando un conflitto regionale a tutti gli effetti». Secondo Nicolosi, la strategia americana va letta anche in chiave anti-cinese: «Trump punta a mettere una persona vicina a lui, o comunque che risponda a lui, così come accaduto in Venezuela. Ma l’Iran non è il Venezuela. Pensare, da un punto di vista militare, a un’invasione di terra è una follia: l’Iran è un Paese enorme, dove il regime ha ancora un sostegno. Invadere via mare? Come fai, dove passi?».


“Per Trump l’Iran è una pedina contro Pechino”

Lo scenario si allarga inevitabilmente alla Cina. «La Cina potrebbe sostenere militarmente l’Iran, anche se non credo lo farà, perché non penso che sia pronta da un punto di vista militare. Però è chiaro che la pazienza ha un limite e Pechino deve difendere i propri interessi. L’Iran era uno dei maggiori fornitori di petrolio a basso costo e la Cina ha capito che l’obiettivo finale è proprio lei. Per Trump l’Iran è una pedina contro Pechino». La partita, dunque, non si gioca solo in Medio Oriente ma dentro un confronto globale per l’egemonia.


Le parole di Crosetto e il ruolo dell’Italia

Nicolosi è molto critico rispetto alle dichiarazioni del ministro della Difesa Guido Crosetto. «La questione di Crosetto fa semplicemente ridere, non saprei cos’altro dire. Come fa il ministro della Difesa a non sapere dell’evacuazione delle basi militari? Io, che non sono nessuno, me lo aspettavo. Magari non sapevo il giorno preciso, ma un’idea l’avevo». E aggiunge: «È evidente che non contiamo più nulla e che non sappiamo più leggere il Medio Oriente come prima. È una storia incredibile. 

Con il nostro provincialismo ci preoccupiamo dei turisti italiani a Dubai: non voglio minimizzare, è giusto che la Farnesina lavori, ma chi è stato in guerra sa qual è il pericolo reale. La notizia è che c’è una guerra vicino casa nostra, anche se su bassa scala, e può riguardarci direttamente perché tutte le fonti energetiche le pagheremo di più».


La guerra dei droni intelligenti

Se Nicolosi analizza la dimensione geopolitica, Cristiano Fanelli entra nel merito della trasformazione tecnologica dei conflitti. «Già da quello che è accaduto in Venezuela abbiamo visto una metamorfosi nella strutturazione delle basi militari e un’intensificazione dell’intelligenza militare applicata ai droni». Fanelli cita un esempio preciso: «Sono rimasto colpito dai droni “Lucas” utilizzati il 28 febbraio: costano poco, ma sono potenziati con chip di intelligenza artificiale. Questo li rende, per usare una metafora, come i Kalashnikov della Guerra Fredda, trasformati in veri e propri “pensatori” che si adattano in autonomia alle situazioni».


Droni autonomi anche senza GPS

La vera rivoluzione è nell’autonomia operativa. «Questi chip non hanno nemmeno più bisogno di collegamenti costanti. All’interno del drone si inserisce un modello addestrato, si caricano mappe 3D e lo si rende autonomo anche in caso di interruzione del GPS». Fanelli precisa però un punto cruciale: «L’integrazione dell’intelligenza artificiale e dei sensori serve ad abbreviare il ciclo decisionale militare, ma non sostituisce il comandante. Le decisioni importanti vengono ancora prese dall’uomo».


La guerra del futuro sarà computazionale

Lo scenario, secondo il ricercatore, è chiaro. «Immagino una guerra del futuro, tra due o tre anni, in cui chi avrà maggiore potere computazionale arriverà prima degli altri. In questo momento gli Stati Uniti sono avanti, ma bisogna guardare la curva di crescita: la Cina è molto più veloce. È anche per questo che gli Usa stanno facendo operazioni così complesse». Fanelli collega la dimensione militare a quella energetica e spaziale: «Siamo nella fase di raccolta dell’energia necessaria alla costruzione dei chip. La Cina è molto impegnata sulla Luna ed è avanti rispetto agli Stati Uniti. Washington ha capito che alcune operazioni private non sono utili dal punto di vista geopolitico, e si vede anche dalla spinta verso una nuova corsa alla Luna».