Iran, Trump avverte la NATO

Il conflitto in Medio Oriente continua ad allargare le sue implicazioni geopolitiche, coinvolgendo direttamente anche gli equilibri tra gli alleati occidentali. Tra le questioni più delicate c’è la minaccia del presidente degli Stati Uniti Donald Trump alla NATO nel caso in cui gli alleati non dovessero supportare gli Stati Uniti nella gestione dello strategico Stretto di Hormuz. Uno scenario che rischia di cambiare profondamente gli assetti internazionali e che si inserisce in una guerra percepita sempre più distante dall’opinione pubblica europea. Ai nostri microfoni il giornalista Valerio Nicolosi ha analizzato il contesto politico e mediatico del conflitto.
“Trump può mettere in difficoltà la NATO”
“C’è questo nuovo ordine mondiale trumpiano dove lui minaccia se non ti adegui e diventa un problema perché gli Usa sono il primo finanziatore della Nato”, ha spiegato Nicolosi. “Di conseguenza è il Paese che può chiudere i rubinetti e far saltare l’Alleanza Atlantica. Io non sono un grande sostenitore della Nato, ma è chiaro che in questo momento questa guerra non ha niente a che vedere con l’organizzazione perché è sempre stata un’alleanza difensiva. Trump aveva bisogno di un diversivo dagli Epstein Files, il problema è che lo ha portato dentro un pantano e da lì non se ne esce facilmente”.
“Trump ha bisogno di essere coperto politicamente da altri Paesi, perché se dovessero entrare in guerra la Gran Bretagna, la Francia o il Giappone diventerebbe un conflitto mondiale”.
“Una guerra lunga con effetti economici globali”
“Tutti sanno che questa guerra sarà lunghissima, perché se la finisci ora è l’ennesima cazzata. Ma come si fa a pensare di fare un’altra operazione in un Paese del genere dopo l’Iraq o l’Afghanistan”, ha proseguito Nicolosi. “Anche se non dovessimo entrare in guerra saremo comunque travolti da una crisi economica pazzesca. Ovviamente entrando in questa guerra ti esponi tra le varie cose anche al terrorismo”.
“Dopo Gaza è differente, qua c’entra Israele ed è chiaro che c’entra Netanyahu perché è la sua guerra”, ha spiegato il giornalista riferendosi al premier israeliano Benjamin Netanyahu. “È una guerra che serve a cancellare il 7 ottobre dalla memoria interna israeliana. Nel frattempo però c’è stato un genocidio commesso davanti agli occhi di tutti e questo secondo me cambia molto”.
“Nel momento in cui poi ci sono i nostri governi la dinamica diventa diversa”, ha aggiunto Nicolosi. “Credo che questa sia la guerra meno popolare degli Usa, che sono abituati a fare guerre in giro per il mondo, e qui Meloni si deve barcamenare tra il suo amico Trump e il referendum in vista”.
“La guerra percepita come un videogioco”
“In questi giorni abbiamo visto la macarena messa sotto i bombardamenti statunitensi, una guerra che sembra finta”, ha osservato Nicolosi. “Il problema è che noi come italiani ed europei una guerra vera non la viviamo sulla nostra pelle da tanto tempo. La guerra fa schifo”.
“Una dichiarazione di guerra di un Paese ad un altro ci sembra normale”, ha continuato il giornalista. “Ormai si colpisce a migliaia di chilometri di distanza e si uccide come se fosse un videogame con i droni. Questa lontananza permette un distacco rispetto alla vittima colpita perché è lontana. Ma quella è una vita, e noi ce lo siamo dimenticato”.
“Adesso è vero che abbiamo anche un linguaggio militare emergenziale”, ha concluso Nicolosi. “Ma c’è una differenza tra noi e i nostri nonni che parlavano di guerra”.