BBC VS TRUMP: stampa e necessità di prendere una posizione

C’è una scena, in “Dentro la notizia” con William Hurt, che oggi dovrebbe essere studiata come una profezia. Il protagonista, un giornalista televisivo dall’immagine impeccabile ma privo della rigida deontologia dei colleghi più “puri”, versa una lacrima davanti alle telecamere mentre racconta una storia dolorosa. Mesi dopo, si scopre che quel pianto era stato costruito, parte di una messa in scena emotiva funzionale al servizio. La domanda che attraversa tutto il film è proprio questa: quanto può manipolare la realtà un giornalista pur di "arrivare" al pubblico, pur di farsi credere? Una domanda che oggi si riaffaccia con forza nel dibattito sulla decisione della BBC di definire Donald Trump “una minaccia alla democrazia”.
Il gesto dell’emittente pubblica britannica ha scatenato reazioni contrastanti in tutto il mondo dell’informazione. Non è solo il contenuto della frase ad aver colpito, ma il fatto che a dirla sia stato un servizio pubblico nato e cresciuto sulla promessa di imparzialità, equilibrio e rigore. Per alcuni è stato un atto necessario, lucidissimo, una sorta di chiamata alle armi civica; per altri un cedimento culturale che segna il passaggio dalla cronaca alla militanza. Un dissidio che spinge ad interrogarsi sula condizione del giornalismo contemporaneo e i limiti interni della sua funzione democratica.
Da sempre la stampa democratica, in effetti, si muove lungo una linea sottile tra due esigenze opposte. Da un lato la responsabilità di raccontare il mondo senza sconti, dall’altro la tentazione, o la necessità, di prendere posizione di fronte a eventi ritenuti eccezionali, minacce, abusi, derive autoritarie. L’idea che il giornalismo debba essere completamente neutro è una romantica suggestione. Non perchè debba necessariamente esserci una spinta politica ma perchè, inevitabilmente, ogni scelta editoriale contiene di per sé un orientamento. L’esistenza, però, di una linea editoriale non significa che ogni posizione sia legittima. La stampa non è chiamata a essere indifferente, infatti, ma a essere diversa dalla propaganda, dall’attivismo, dalla logica della fazione.
Il caso BBC–Trump non mette in discussione la facoltà dei media di criticare un leader politico, si chiaro. Ciò che destabilizza è il tono, il linguaggio, l’assolutezza della formula. Quando un mezzo di informazione, soprattutto se pubblico, utilizza categorie morali totalizzanti per descrivere un attore politico, si avvicina pericolosamente allo stesso terreno della politica che pretende di analizzare. Il giornalismo rischia così di rispondere alla radicalizzazione della politica con una propria radicalizzazione speculare. Un movimento comprensibile, perfino umano, ma che può finire per oscurare la missione originaria dell’informazione.
È qui che si apre la questione centrale della nostra epoca: fino a dove può spingersi la stampa nel prendere posizione senza compromettere la fiducia del pubblico e la propria autorevolezza epistemica? La crisi di fiducia che attraversa l’informazione ha radici profonde, ma una di queste è la percezione, talvolta ingiusta ma reale, che parte della stampa abbia smesso di distinguere fatti e interpretazioni, inchieste e mobilitazione, cronaca e giudizio. In un clima politico dominato dall’identità e dal sospetto, ogni parola carica può trasformarsi in munizione per chi accusa i media di faziosità e per chi, dall’altra parte, li vorrebbe più militanti che giornalisti.
Il risultato è un cortocircuito, perchè il giornalismo rischia di perdere credibilità proprio nel momento in cui vorrebbe difendere la democrazia, scivolando nella logica della contrapposizione che dovrebbe analizzare con lucidità e distanza. Questo non significa che la stampa debba stare a guardare mentre le istituzioni democratiche vengono minacciate. Al contrario: la sua funzione critica, vigile, è irrinunciabile.
Il giornalismo, è opportuno ricordarlo, difende la democrazia non quando si sostituisce alla politica, bensì quando resta fedele alla propria differenza: l’indagine, il dubbio, la verifica, l’apertura, l’analisi non schiava della paura né dell’indignazione.