Antonio Tejero Molina: la Spagna, il golpe, il Mundial

È morto a 93 anni Antonio Tejero Molina, l'ex tenente colonnello della Guardia Civil. La sua scomparsa riporta al centro della discussione pubblica uno degli snodi più delicati della Spagna contemporanea: il tentato colpo di Stato del 23 febbraio 1981. La coincidenza con la desecretazione di nuovi documenti governativi su quei fatti aggiunge un elemento ulteriore, che il 23-F è materia storica ancora aperta, oggetto di studio e di revisione.
Morto a 93 anni il colonnello della Guardia Civil, volto del colpo di stato del 23 febbraio 1981
Quel pomeriggio del 1981, mentre il Congresso dei deputati votava la fiducia a Leopoldo Calvo-Sotelo, successore di Adolfo Suárez, Tejero fece irruzione nell’aula con circa 200 uomini della Guardia Civil. Spari in aria, parlamentari a terra, diciotto ore di sequestro. In parallelo, a Valencia, i carri armati del generale Milans del Bosch scesero in strada. Fu un’operazione coordinata che puntava a interrompere la transizione democratica avviata dopo la morte di Francisco Franco nel 1975.
Il golpe fallì soprattutto per la presa di posizione pubblica di Juan Carlos I, che in un messaggio televisivo notturno difese la Costituzione del 1978 e ordinò alle forze armate di non sostenere i ribelli. Quell’intervento isolò i golpisti e segnò un passaggio chiave: la monarchia si schierava in modo esplicito con il nuovo ordine democratico. La resa di Tejero, la mattina seguente, chiuse formalmente la crisi, ma lasciò aperto un interrogativo di fondo: quanto era solida la democrazia spagnola?
Il 23-F mise in evidenza la fragilità del sistema. A sei anni dalla fine del franchismo, settori dell’esercito e dell’apparato statale non avevano accettato la trasformazione politica. La transizione era avvenuta tramite un processo graduale, fatto anche di compromessi. Il tentato golpe mostrò che la partita non era ancora definitivamente chiusa.
La Spagna: dal golpe al Mundial dell'82
In questo contesto si inserisce un altro passaggio spesso letto in chiave simbolica: l’organizzazione del Mondiale di calcio del 1982 in Spagna, vinto poi dall'Italia. L’assegnazione risaliva agli anni Sessanta, quindi non fu una risposta diretta al golpe. Tuttavia, la sua realizzazione, a poco più di un anno dal 23-F, assunse un significato politico evidente. Il Paese si presentava al mondo come una democrazia stabile, capace di garantire sicurezza, infrastrutture e apertura internazionale.
Il contrasto temporale tuttavia è significativo. Nel febbraio 1981 il Parlamento è sotto assedio, nell’estate 1982 gli stadi si riempiono attirando gli occhi del mondo. Il Mondiale funzionò come una certificazione internazionale del nuovo corso spagnolo. Consolidò l'immagine di una Spagna definitivamente uscita dall’isolamento e dal modello autoritario, non cancellando le tensioni interne.
La figura di Tejero rimane legata a quella frattura. Condannato a 30 anni per ribellione militare, scontò parte della pena senza beneficiare di grazia. Negli anni successivi mantenne posizioni coerenti con le sue convinzioni, senza mai esprimere un ripensamento sostanziale sul golpe. Per una parte dell’opinione pubblica è stato il simbolo di un tentativo eversivo; per altri, l’espressione di un malessere diffuso in settori dell’apparato militare dell’epoca.
Oggi, con la sua morte e con l’apertura degli archivi, la questione torna in termini meno emotivi e più documentali: quali furono le reali complicità? Quanto esteso era il consenso attorno al progetto? E quale ruolo ebbero, oltre ai protagonisti noti, le strutture dello Stato?
A distanza di quarantacinque anni, il 23-F resta uno spartiacque. Non tanto per la spettacolarità dell’irruzione armata, quanto per ciò che ne seguì: la conferma pubblica della scelta democratica e, poco dopo, la proiezione internazionale del Paese con il Mondiale del 1982. La traiettoria che va dall’aula occupata del Congresso agli stadi del Mundial è il modo più concreto per misurare il passaggio dalla transizione incerta a una democrazia che, pur con limiti e tensioni, dimostrò di saper reggere l’urto.
Lorenzo Villanetti