Omicidio Diabolik, Ossino: "Una guerra di mafia a Roma"

Romina Caprera
Cronaca
09/09/2026

Sono sette le persone arrestate nell’ambito dell’inchiesta sui presunti mandanti dell’omicidio di Fabrizio Piscitelli, noto come “Diabolik”, ucciso il 7 agosto 2019 al parco degli Acquedotti. Tra gli arrestati figura anche il boss Michele Senese. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, il delitto sarebbe maturato nel contesto di una guerra per il controllo delle piazze di spaccio nella Capitale. Ne abbiamo parlato con Andrea Ossino, giornalista de la Repubblica, che ha ricostruito i rapporti tra i diversi gruppi criminali e il contesto nel quale sarebbe maturato l’omicidio.

“La strada sapeva già”

«Inizialmente le richieste di arresto erano nove, il gip poi ha ritenuto pochi gli elementi per procedere all’arresto di Maurizio e Costacurta, quindi gli arresti sono stati sette. Quello che emerge oggi è la certificazione di qualcosa che la strada sapeva già: è l’unione di tante vicende diverse, inquadrate in un contesto unico».

Una guerra per il controllo delle piazze di spaccio

«A Roma c’è stata una guerra di mafia importantissima: la batteria degli albanesi, la batteria di Giardinetti e Tor Bella Monaca, all’ombra di Michele Senese. Senese ha creato, in qualche modo, “Diabolik” nel mondo criminale romano e improvvisamente lo ha fatto uccidere. C’erano diversi interessi per fare fuori Piscitelli: Senese non ha più protetto Diabolik perché voleva tanta autonomia, come il controllo a Ostia. Piscitelli veniva anche avvisato, ma lui continuava, probabilmente per un delirio di onnipotenza».

“Una fotografia della guerra di mafia”

«La fotografia che abbiamo dalle ordinanze è una fotografia dei fatti del passato, di una guerra di mafia e di chi si è preso le piazze di spaccio. A Tor Bella Monaca, nonostante gli arresti e il 41 bis, continuano a comandare Molisso e Bennato, mentre la batteria di Ponte Milvio è ormai decimata».

Le due generazioni della criminalità albanese

«Noi dobbiamo separare le due generazioni, perché c’è stato un momento in cui il collegamento è stato più a sud di Roma ed erano proprio gli albanesi a portare la droga con i gommoni e i clandestini. 

A un certo punto, poi, l’albanese è diventato di seconda generazione. Addirittura Carminati diceva che questi erano “brutti forti”, perché portavano con sé la cattiveria delle mafie dell’Est. Demce era visto come l’Isis dell’organizzazione».