Docufilm su Regeni, Mollicone: "Polemica falsa"

Federico Mollicone, presidente della VII Commissione Cultura, Scienza e Istruzione della Camera dei Deputati, è intervenuto ai microfoni di Radio Roma Sound, nella trasmissione "Fiato alle Polveri", per commentare le recenti polemiche sulle concessioni pubbliche per il cinema. Le sue parole:
Le polemiche sul docufilm su Giulio Regeni
"Innanzitutto, per fare chiarezza, io sono il presidente della Commissione del Parlamento eletta dai cittadini con le elezioni politiche. Mentre le Commissioni sono tecniche nominate dal Ministero e che assegnano i fondi per i cosiddetti selettivi: la maggior parte dei film hanno una tax credit, mentre questi sono indirizzati in base alle proposte che vengono fatte con la dichiarazione di pubblico interesse. Il documentario su Giulio Regeni è stato respinto due volte dalla Commissione tecnica, quindi non politica, mossa giusta o sbagliata che sia. Per me è stata sbagliata, tant'è vero che bastava controllare sul web le posizioni di Fratelli d'Italia, dal presidente Meloni fino al coordinatore Donzelli e tanti altri ancora, che sono state sempre a favore della verità su Regeni. Non dimentichiamo che era un ricercatore italiano sequestrato e torturato da alcuni agenti dei servizi egiziani. Su questo c'è un processo in atto ed è interesse nazionale tutelare la verità su un cittadino italiano all'estero. Questa è la posizione ufficiale di Fratelli d'Italia. Fermo restando che le commissioni tecniche sono autonome, che senso avrebbe avuto essere contrari? E dico di più: abbiamo contattato il regista Simone Manetti per ospitare una proiezione alla Camera invitando anche i genitori, che se vorranno saranno ospiti di un dibattito e un confronto.
La "redazione unica"
Quindi è una polemica falsa con falsi retroscena. In Italia c'è sicuramente un problema di querele temerarie. Io sono stato vicino a Sansonetti per la querela di diffamazione chiesta da Scarpinato per cui verrebbe condannato a 3 anni e mezzo. Io sono contro queste querele temerarie, ma i giornali la devono finire di scrivere questi retroscena falsi senza citare fonti aperte. Perché un retroscena falso è una forma subdola di diffamazione. Io e il ministro Giuli per tutta la settimana abbiamo dovuto smentire qualsiasi cosa, e anche quei giornali che sostenevano che fossi io a generare i fondi, propalando notizie false e infondate. Quindi su questo io sono rimasto assolutamente sconcertato e c'è purtroppo attorno a ciò una redazione unica, come denuncia Meloni. Se voi andate fare rassegna dell'ultima settimana, tutti titolano e hanno avuto le stesse notizie. Su questo stiamo lavorando perché là dietro c'è una manina che coordina la redazione unica. I miei legali stanno valutando se querelale queste notizie false e tendenziose atte a diffamare esponenti politici, nonché pubblici ufficiali in qualità di parlamentari.
Il "razzismo culturale" della sinistra
Io non voglio pensare che i giornalisti che hanno rilanciato queste polemiche siano analfabeti istituzionali, ma penso che ci fosse una macchina del fango per attaccare la maggioranza e quindi il governo. Vorrei poi dire un'altra cosa: io sul Corriere della Sera, e lo ripeto anche qui, ho difeso in maniera assoluta il maestro Pingitore, che viene descritto dal razzismo culturale della sinistra, come se personificasse il trash culturale nazionale, quando è un finissimo autore, che ha fatto opere teatrali di grande successo, oltre a essere stato l'inventore del Varietà in tv per più di quattro decenni. Ho avuto l'onore di dargli la medaglia della Camera proprio per il suo docufilm sulla sua vita, e respingo al mittente qualsiasi paragone con il docufilm su Regeni, che non c'entra niente. Pingitore comunque va rispettato, perché è un protagonista della scena culturale italiana. È tipico poi di un'egemonia della sinistra che vuole premiare solo alcuni registi, sceneggiatori, produttori di film che nessuno va a vedere. Basta prendere l'elenco di film prodotti e finanziati e che nessuno ha visto, per capire che c'è un circoletto che vorrebbe gestire la cultura italiana. L'ultima cosa che dimostra ciò che ho detto è l'esclusione di tutti i film italiani da Cannes. Cosa che non accadeva così di frequente.
Il governo al lavoro
Attenzione a non scambiare questo fenomeno, però, con una crisi produttiva, perché ci sono centinaia di film prodotti che vanno in sala ma non hanno successo, gli stessi che vengono prodotti grazie ai finanziamenti e al tax credit. Il tema è un altro: noi stiamo facendo un testo di delega al governo perché riformi tutta la governance del cinema, e su questo sono il primo firmatario del testo della maggioranza, che si confronterà con i testi delle opposizioni per fare un testo unico che andrà in aula e verrà votato. Quindi da qui si capiscono anche questi attacchi. La delega del parlamento al governo, espliciterà gli indirizzi, e riformerà anche il tax credit. Da qui c'è anche la lettura di questo clima incandescente, ma noi andremo avanti lo stesso perché pensiamo che sia necessario e che la struttura creata dal ministro Franceschini sia superata. Quindi c'è da parte del governo un iperattivismo e una grande attenzione al dialogo proprio per riformare radicalmente questo sistema che nel corso degli anni - le cifre sono altissime - ha erogato soldi attraverso il tax credit per film che molto spesso non lo meritavano.
Il caso Pingitore
E non è per Regeni - che ribadisco, doveva essere fatto - ma per tanti altri film cosiddetti autoriali, sui piccoli sentimenti in cui sembra essersi concluso il cinema italiano autoriale, lo stesso che esprime giudizi sprezzanti su Pingitore e su altri, che sono un flop. E parlo anche di bravi attori, non voglio fare nomi, che poi fanno flop. Basta andare a vedere film di importantissimi attori o registi che discettano sul cinema italiano, che vengono incensati dalla critica e dei giornali di sinistra e poi fanno flop nelle sale, nelle piattaforme o in tv. Io sono per il pluralismo in maniera assoluta, mi definisco per questo un estremista del dialogo, e parlo anche con chi mi attacca, basta che non si inventino notizie false come questa campagna vergognosa che è stata orchestrata ai miei danni e nei confronti del sottosegretario Borgonzoni. Bisogna limitare da una parte le querele temerarie, ma dall'altra anche richiamare giornali attraverso sanzioni amministrative da parte dell'autorità terza, perché non è possibile che giornali autorevoli si inventino campagne diffamatorie personali contro esponenti politici citando retroscena senza fonte, dicendo "si dice, hanno detto", quando poi è tutto falso.
Commissioni precedenti non considerarono "C'è ancora domani" della Cortellesi di interesse pubblico
Il senso è: non li abbiamo stabiliti noi questi quesiti con il governo Meloni. Esistono da anni e li ha introdotti il centrosinistra con il ministero di Franceschini, a cui non faccio una colpa, ma è così. Ai film prima gli vengono dati i soldi, poi si scopre se ha successo o meno. Nello stato attuale i criteri di valutazione li sceglie il mondo degli addetti ai lavori e i media, gli ascolti, lo streaming e le presenze in sala. Faccio un esempio: c'è stato per decenni e c'è ancora da parte di una certa critica autoriale un razzismo culturale nei confronti della commedia all'italiana. Il film che ha sbaragliato tutti i film autoriali e i grandi blockbuster americani è stato Checco Zalone, considerato tutt'ora un genere da serie B dagli intellettuali progressisti che difendono il genere autoriale come se fosse esclusivo. E poi ha battuto dal punto di vista del botteghino, non solo di presenze in sale, tutte le previsioni, come successe con "C'è ancora domani", che commissioni precedenti non considerarono di interesse pubblico, come per Regeni. Io ero accanto alla Cortellesi al Festival di Roma, che lo selezionò. E di fatto poi sbancò tutti i festival e tutti i premi fino ad arrivare a livelli internazionali. Questo per dire che tutte le commissioni possono sbagliare, ma il tema è che i criteri di valutazione purtroppo sono questi. In conclusione, bisogna riformare i criteri e le governance, cosa che il governo sta facendo".