Caso Moro, le nuove piste nel libro di Zatti

Romina Caprera
Cronaca
02/04/2026

Il caso Moro continua a far discutere e a sollevare interrogativi irrisolti. Nel suo libro “Il disegno: la mappa che riscrive il caso Moro”, il giornalista Rai Federico Zatti propone una rilettura basata su documenti ufficiali e dettagli finora trascurati, aprendo nuovi scenari investigativi.


Come spiegato dallo stesso autore durante l’intervista, il punto di partenza del suo lavoro è stato un approccio rigoroso e lontano da qualsiasi suggestione:

“Mi sono preso la briga di recuperare carte note e già presenti agli atti, non ho fatto nulla di trascendentale. Ho semplicemente posto l’attenzione su documenti sfuggiti. Una di queste carte è una planimetria, un unicum, che è stata per me come una mappa per cercare il tesoro. Inizialmente era stata attribuita a un possibile carcere, a un attentato che le Brigate Rosse avrebbero dovuto organizzare. In quel foglio ci sono molte annotazioni e una riporta la parola ‘carceri’ tra virgolette: perché evidenziarla così, se non per indicare che quel luogo veniva usato come carcere anche se formalmente non lo era?”


Nel corso dell’analisi, come raccontato dal giornalista, emergono elementi che collegano quella planimetria a momenti cruciali del sequestro di Aldo Moro:

“Le conferme arrivano da testimonianze contenute nei verbali della giornata del rapimento, che ho ritrovato e studiato. Tutto si interrompe proprio nel punto in cui c’è una svolta verso un luogo che io ho identificato. In quella giornata si vedono sfilare le tre auto che portano Moro lontano da via Fani: a osservarle sono tre persone diverse, una signora con il cane, una persona in un appartamento che riconosce i rombi dei motori e un uomo che accompagna la polizia per dare supporto. Tutti e tre riferiscono di aver visto le auto arrivare fino alla Yola University.”


Un passaggio chiave dell’indagine, sottolinea Zatti, è stato il lavoro sul campo:

“Ho cercato di entrare in questa università per verificare punto per punto la corrispondenza con la planimetria. A un certo punto è arrivata la svolta, perché il luogo Yola University è riemerso anche in un altro contesto legato alle Brigate Rosse. Essendo un’università privata e presidiata, non potevo accedervi liberamente come in un ateneo pubblico. Ho quindi chiesto un appuntamento per un tour privato, usando questa come scusa: mentre mi illustravano i corsi, osservavo attentamente ogni dettaglio, dalle scale ai vani degli ascensori.”


Come sottolineato più volte dall’autore, il lavoro si mantiene sempre ancorato ai fatti documentati:

“Proprio per non cadere nella trappola del complottismo, sono rimasto fedele ai documenti che ho trovato.”


E infine, lo sguardo si apre su ciò che ancora resta da chiarire, tra piste e collegamenti ancora da approfondire:

“C’è ancora tanto da scoprire: il mio libro è una tappa, non una scoperta definitiva, perché ci sono molti elementi che richiedono ulteriori approfondimenti. Esistono diversi anelli di congiunzione, come Alessio Casimirri, l’unico latitante che non ha mai scontato un giorno di carcere e che oggi si trova in Nicaragua: un tentativo di approfondimento su di lui vorrei farlo. C’è poi la questione di via Caetani, dove fu ritrovata la Renault 4: lì si trova un ufficio che si ricollega alla pista della Yola University. Sono tutte tracce che si aprono a partire dal lavoro che ho scritto.”