Roma, il Papa e il cyberfeudalesimo di Peter Thiel

Se davvero pensavamo che l’intelligenza artificiale, le criptovalute e la nuova liturgia digitale avrebbero seppellito per sempre il linguaggio dell’Apocalisse, allora abbiamo frainteso la traiettoria che il "futuro" stava per imboccare ma anche quella tracciata dal "passato".
La vicenda di Peter Thiel, il magnate della Silicon Valley arrivato a Roma per discutere di Anticristo per un numero selezionato di seguaci, è il sintomo più evidente di questa incomprensione. Non si tratta di una stravaganza, né di un capriccio intellettuale ma l'evidente necessità di riportare il potere tecnologico dentro categorie teologiche antiche, archetipiche.
Arrivato a Roma domenica e ripartito mercoledì, il cofondatore di PayPal e Palantir, la società di data mining che ha collaborato con l’amministrazione Trump nella sua crociata per la remigrazione, tra le altre cose salita in borsa del 500% in meno di cinque anni, ha spiegato cosa sia per lui il "male". Sostanzialmente, personaggi e istituzioni che fingerebbero di donare pace e stabilità, privando in realtà della libertà i popoli che affliggono. Regolamentazione tecnologica, governance globale e lotta al cambiamento climatico.
Nel cuore di una città che, a torto o a ragione, ha costruito secoli di riflessione sul male, sulla verità e sulla storia, un protagonista della modernità digitale sceglie di parlare Satana. Lo fa non per un bislacco senso di nostalgia, sia chiaro, ma per interpretare il presente. Secondo questa visione, il vero pericolo non è il caos, ma un ordine globale capace di garantire “pace e sicurezza” al prezzo della libertà. Qui tecnologia e religione smettono di essere opposte e iniziano a fondersi. Una parte dell’élite tecnologica sembra elaborare una nuova teologia, in cui il progresso diventa non solo strumento, ma argine contro il, loro, male assoluto. Una visione che trasforma l’innovazione in missione, e il potere tecnico in una forma di salvezza.
Ma questa non è una religione nel senso tradizionale. È folklore contemporaneo. È il ritorno, sotto nuove forme, di paure antiche. Il timore di un potere totale, la fascinazione per la fine dei tempi, la ricerca di un nemico ultimo che dia senso al disordine del mondo.
In fondo, cambia il lessico ma non la sostanza. Un tempo si parlava di demoni, oggi di intelligenze artificiali fuori controllo.
Prima c’era l’Anticristo, oggi il governo globale o l’algoritmo onnipotente. Il bisogno è lo stesso, dare forma all’ignoto e controllare le masse.