Gen Z e lavoro: una nuova visione del lavoro

Secondo uno studio, la Gen Z sarebbe meno incline al mondo del lavoro a causa della poca flessibilità che ci sarebbe tra lavoro e vita privata. Rispetto alle generazioni precedenti è anche quella che dichiara di sfruttare meno le interazioni con gli altri colleghi. Ne abbiamo parlato con il sociologo Nicola Ferrigni, ospite ai nostri microfoni. Di seguito le sue parole:
“La Gen Z non sta rifiutando il lavoro, ma una certa idea novecentesca del lavoro come valore in sé, come fedeltà incondizionata e come identità costruita intorno alla professione. Il lavoro non è una gabbia ma uno spazio negoziabile: non è disimpegno, ma consapevolezza.
Le strutture sociali faticano ad affrontare questo passaggio in un mondo fluido: si continua a premiare la presenza fisica più che il risultato e l’anzianità più che la creatività.
La Gen Z è cresciuta in un contesto di trasformazione continua e vuole lavorare, ma non farlo a qualsiasi costo. Vuole sapere per chi lavora e con quali valori lo sta facendo.
Ogni generazione, quando entra nel mercato del lavoro, porta con sé nuove domande. La Gen Z sta chiedendo che il lavoro non debba essere solo produttività ma anche qualità. Il rischio è che i giovani si allontanino dal mondo del lavoro.
La Gen Z rifiuta la vecchia idea di lavoro e sono le strutture di interpretazione sociale che sono rimaste indietro e che spesso soffocano il lato creativo dei giovani.
Per decenni si è misurato il valore delle persone dalle ore trascorse in ufficio e le frasi con cui ci si vantava erano: ‘Io a Natale lavoro’ oppure ‘Io a Ferragosto lavoro’. Oggi i giovani contestano proprio questo: che il tempo debba essere sacrificato per lavorare”.
Ci si può fidare della Gen Z?
“Assolutamente sì. I giovani oggi, durante il colloquio, la prima cosa che chiedono è: ‘Di cosa ho diritto?’. Oggi si lavora per produzione e la Gen Z ha capito che il tempo è l’unica risorsa che non si rigenera. La flessibilità che chiede il giovane è per lavorare meglio e non meno”.