Chiara Ferragni: ghigliottinata ma prosciolta

Alessio Briguglio
Costume
16/01/2026

Il proscioglimento di Chiara Ferragni non è un’assoluzione morale né una riabilitazione simbolica. È, più semplicemente, un atto giuridico che certifica l’assenza dei presupposti per proseguire un procedimento penale.


Il giudice ha ritenuto di far cadere l'aggravante della "minorata difesa", che la Cassazione ritiene attribuibile al le truffe online che avvengono "approfittando della distanza tra il luogo dove si trova la vittima e quello in cui opera l'autore del reato, che può facilmente schermare la propria identità, non sottoponendo il prodotto a un efficace controllo dell'acquirente".


Una volta caduta questa aggravante, la truffa si è ridotta a truffa 'semplice', un'ipotesi di reato che può essere contestata solo in presenza di una querela di parte, ritirata dal CODACONS a seguito del risarcimento pagato.


Non è un colpo di spugna sulla vicenda, non è una dichiarazione di innocenza nel senso popolare del termine, ma è una decisione che chiude una strada, quella penale. Proprio qui si aprono le danze.


Perché mentre il diritto si muove con categorie lente, fredde, delimitate come dolo, colpa, responsabilità, nesso causale, lo spazio pubblico rigurgita sentenze come i draghi delle fiabe fanno col fuoco. Giudizi urlati, reiterati, iperbolici e grossolani. Chiara Ferragni, questo ricordiamoli, non è stata semplicemente criticata come, anche legittimamente, meritava. Quello che ha subito è stato un burrascoso e sferzante processo di degradazione simbolica che va ben oltre i fatti contestati, ben oltre il tema dell’opportunità, della comunicazione, persino dell’errore o della pubblicità ingannevole.


Se fosse stata un’altra epoca storica, non avrebbe affrontato canali you tube, talk show e haters assetati di sangue. Sarebbe stata portata in piazza perchè venisse fatto scempio delle sue carni, ne sono abbastanza certo. Gogna, umiliazione pubblica, punizioni cruenti inferte affinché l’ordine fosse ristabilito. Oggi la ghigliottina è digitale, permettetemi questa banalità, ma il meccanismo è identico e ugualmente efferato. Non basta la, giustissima e meritata, sanzione, piuttosto si pretende il totale annientamento reputazionale.


Ecco perché un proscioglimento che arriva quando il rito collettivo è già stato celebrato, quando il fango è stato distribuito con generosità, quando ogni sfumatura è stata cancellata a favore di una narrazione binaria "colpevole o mostro". In questa dinamica, il diritto appare quasi fuori luogo, vetusto e obsoleto. Un fastidio proveniente da un mondo antico, che non risponde al bisogno principale della folla.


Ora, il punto non è sostenere che Chiara Ferragni sia intoccabile, vittima o angelo caduto. Non è nemmeno negare, o solo contestare, che la vicenda abbia posto problemi seri sul piano etico, comunicativo e commerciale. Il punto è la scellerata sproporzione tra una condotta anche illecita e l’acido versato addosso a una persona, non a un sistema, non a una categoria, che racconta una terrificante fame ancestrale di sacrificio pubblico. Una fame che non chiede chiarimenti su fatti e condotte ma teste e basta.


Il diritto, con il suo proscioglimento, ricorda una verità scomoda, non tutto ciò che indigna è necessariamente illecito, almeno non del tutto. Non tutto ciò che è discutibile merita una lapidazione. Ma questa verità arriva sempre tardi, quando il boato si è già spento e la piazza ha già deciso chi deve essere espulso dalla lista dei buoni.


Chiara Ferragni, alla fine della giostra, resta ciò che è sempre stata, un simbolo. E i simboli, nella storia, non vengono adorati per sempre. Anzi, spesso, vengono usati, consumati, distrutti. Poi si passa al prossimo.