Novant'anni, e quelle parole che abbiamo creduto nostre

Le parole prima di Battisti
Il 17 agosto Giulio Rapetti, per tutti semplicemente Mogol, compie novant'anni. Sessantacinque, più o meno, li ha trascorsi scrivendo canzoni. Ma dire questo non basta. Perché alcune di quelle canzoni sono diventate pezzi della nostra memoria, hanno accompagnato amori, separazioni, viaggi, estati, adolescenze. E certe parole, dopo averle ascoltate centinaia di volte, abbiamo finito quasi per credere che fossero nostre. Prima di Lucio Battisti c'era già un autore importante. C'erano Al di là, che vinse Sanremo nel 1961, Una lacrima sul viso di Bobby Solo,i successi di Caterina Caselli, dell'Equipe 84, dei Dik Dik, di Fausto Leali. C'erano le canzoni straniere da tradurre e adattare, quando tradurre significava spesso riscrivere, trovare parole italiane capaci di conservare l'emozione dell'originale. Mogol, del resto, non ama essere definito "paroliere". Preferisce "autore". E forse ha ragione. Perché il suo lavoro non è mai stato semplicemente quello di mettere delle parole sopra una musica. È stato trovare una storia dentro quella musica. Una capacità rara: usare parole normali per raccontare sentimenti che normali non sono mai.
Mogol e Battisti: le parole diventano nostre
Poi, nel 1965, arriva Lucio Battisti. Da quell'incontro nasce uno dei sodalizi più importanti della storia della musica italiana. Circa centoquaranta canzoni. Ma i numeri, anche quando sono impressionanti, spiegano poco. Bisogna pensare a 29 settembre, Acqua azzurra, acqua chiara, Emozioni, Fiori rosa, fiori di pesco, Mi ritorni in mente, Pensieri e parole, I giardini di marzo, e tantissimi altri pezzi indimenticabili. A un modo di scrivere musica che rompe gli schemi della canzone italiana e a parole che, nello stesso tempo, sembrano parlare la lingua della vita quotidiana. Mogol racconta l'amore senza renderlo perfetto. Nei suoi testi ci sono il desiderio, la gelosia, l'abbandono, l'egoismo, il rimpianto. Ci sono uomini e donne spesso fragili, qualche volta contraddittori, quasi mai esemplari.
Forse è anche per questo che quelle canzoni sono sopravvissute. Battisti e Mogol riescono a fare una cosa difficilissima: essere popolari senza essere banali. Entrano nelle case, nelle automobili, nei mangiadischi, nelle radio. Attraversano generazioni diverse. E a un certo punto non appartengono quasi più ai loro autori. Appartengono a chi le ascolta.
Il sodalizio finisce nel 1980. E qui, nella memoria collettiva, si produce una specie di equivoco. Battisti continua una ricerca musicale sempre più personale e radicale. Mogol continua a scrivere. E continua a farlo con alcuni dei più importanti interpreti italiani.
Riccardo Cocciante, Mango, Gianni Morandi. E poi Gianni Bella. Proprio con Bella nasce una nuova stagione straordinaria, che trova nella voce di Adriano Celentano l'interprete ideale. Alla fine degli anni Novanta arriva Io non so parlar d'amore. Dentro ci sono L'emozione non ha voce e L'arcobaleno, dedicata a Battisti, morto da poco. Il successo è enorme. Seguono Esco di rado e parlo ancora meno, Per sempre e altri lavori che segnano un momento indelebile della storia della canzone italiana. Mogol, stavolta in collaborazione con Gianni Bella, dimostra così una cosa che forse non era affatto scontata: a più di trent'anni dall'inizio della sua carriera, quell'autore sa ancora trovare parole capaci di arrivare a milioni di persone.
Novant'anni dopo
Ma c'è un'altra parte della storia che va raccontata e evidenziata. Nel 1992 Mogol fonda in Umbria il CET, il Centro Europeo di Toscolano. Una scuola per autori, compositori, interpreti. Dopo avere scritto migliaia di parole, decide anche di provare a insegnare agli altri come cercare le proprie. Forse è questo il modo più interessante di guardare oggi ai suoi novant'anni. Non solo attraverso una "classifica" delle canzoni più belle. E neppure attraverso l'inevitabile nostalgia per Battisti. Ma pensando alla quantità impressionante di vite dentro le quali quelle parole sono entrate, e a come con il CET Mogol ha saputo proiettare nel futuro la sua capacità artistica.
Ognuno di noi ha la propria canzone. Quella legata a una persona. A un'estate. A un'automobile. A una stanza. A un amore che sembrava eterno e magari è durato pochissimo. Basta che partano poche note e, improvvisamente, siamo di nuovo lì. È uno dei misteri della musica. Ma è anche il mistero delle parole. Mogol ne ha scritte milioni. Alcune sono rimaste sulla carta, altre sono state dimenticate. Ma alcune sono diventate qualcosa di molto più grande di una canzone. Sono diventate memoria. E forse il regalo più grande che può ricevere un autore, arrivando a novant'anni, è proprio questo: scoprire che le parole che aveva scritto per raccontare una storia sono entrate nelle storie degli altri. Fino al punto che, dopo tanti anni, abbiamo quasi dimenticato chi le aveva scritte. E abbiamo cominciato a credere che fossero nostre.