Matrimonio riparatore: quando la legge difendeva la violenza

Per capire quanto possa essere fragile l’idea che ciò che è "legale" sia automaticamente "giusto", basta tornare indietro di appena quarantacinque anni. Fino al 1981, l’articolo 544 del codice penale prevedeva il cosiddetto matrimonio riparatore. Secondo l'istituto, chi aveva commesso determinati reati sessuali poteva estinguerne gli effetti penali sposando la persona offesa. Il corpo e la libertà della donna potevano essere subordinati all’idea di onore familiare e alla possibilità di trasformare una violenza in un matrimonio considerato socialmente riparatore.
La storia di Franca Viola rese quella contraddizione impossibile da ignorare. Nel 1966, ad Alcamo, dopo essere stata rapita e violentata, rifiutò di sposare il proprio aggressore. La sua scelta sfidò contemporaneamente una mentalità sociale, una pressione familiare e un ordinamento che ancora contemplava il matrimonio come possibile soluzione del reato. L’abrogazione arrivò con la legge 5 agosto 1981, n. 442, che cancellò l’articolo 544 insieme alle disposizioni sulla causa d’onore.
Ecco, sarebbe troppo facile fermarsi alla celebrazione di quella conquista. Il "diritto" non coincide sempre con la "morale" e, anzi, non dovrebbe mai farlo. La sola esistenza del "matrimonio riparatore" dimostra nel modo più brutale che per decenni una parte dello Stato italiano ha considerato compatibile con l’ordinamento una soluzione che, oggi, riconosciamo come una seconda, scellerata e turpe violenza sulla vittima.
Questa memoria, già da sola, dovrebbe renderci prudenti quando osserviamo altre società attraverso la lente della nostra presunta superiorità culturale. È fin troppo semplice indicare una consuetudine di un altro Paese, di un'altra religione o di una comunità immigrata e definirla barbarica, come se noi fossimo arrivati alla civiltà per diritto naturale. Non è così. Anche l’Italia che oggi considera intollerabile il matrimonio riparatore lo ha avuto nel proprio codice.
La cultura cambia. Ma cambia lentamente, attraverso conflitti, educazione, esempi individuali, nuove generazioni e trasformazioni sociali. Le leggi possono accelerare quel cambiamento, ma raramente possono sostituirlo. Non basta cambiare il codice, bisogna cambiare le persone che quel codice lo scrivono, lo applicano, lo violano e lo trasmettono.
Il matrimonio riparatore è monito imperituro di una norma che consentiva a un uomo di cancellare penalmente una violenza sposando la donna che aveva violentato. Non è una colpa da ereditare per sempre, ma è una memoria da conservare. La vera maturità culturale non consiste nel proclamarsi superiori agli altri. Consiste nel sapere che anche la nostra civiltà ha avuto i propri abissi, e che ciò che oggi consideriamo ovvio come la libertà, la dignità, l’autodeterminazione è spesso il risultato di battaglie recentissime.