Mao. Il mito, la realtà

Dalla rivoluzione al potere
Il 9 settembre 1976 Mao Zedong muore a Pechino. Ha 82 anni e da quasi tre decenni il suo volto coincide, agli occhi del mondo, con quello della Cina comunista. Nato nel 1893 in una famiglia contadina, partecipa alla fondazione del Partito Comunista Cinese, guida la Lunga Marcia, attraversa la guerra contro il Giappone e quella civile contro i nazionalisti di Chiang Kai-shek. Il 1° ottobre 1949, da piazza Tiananmen, proclama la Repubblica Popolare Cinese. È l’approdo di una rivoluzione e, insieme, l’inizio della costruzione di un mito.
Quando Mao diventa Mao
Negli anni Sessanta il maoismo oltrepassa i confini della Cina. Il Libretto Rosso arriva nelle università, nelle manifestazioni, nelle discussioni di una parte della sinistra occidentale. Per molti giovani Mao rappresenta una rivoluzione diversa anche da quella sovietica: contadina anziché operaia, apparentemente spontanea, permanente, capace di mettere continuamente in discussione persino il potere conquistato. La Rivoluzione Culturale contribuisce enormemente a questa immagine. Ma ciò che da lontano appare come una nuova stagione rivoluzionaria, visto dalla Cina ha un volto assai diverso.
Il prezzo dell’utopia
Mao riunifica un paese devastato da decenni di guerre e occupazioni e restituisce alla Cina indipendenza e peso internazionale. Durante il suo governo aumentano alfabetizzazione e istruzione, si diffonde l’assistenza sanitaria di base e migliorano sensibilmente alcuni indicatori della salute della popolazione.
Ma il prezzo è enorme. Nel 1958 Mao lancia il Grande balzo in avanti: vuole accelerare vertiginosamente la trasformazione economica del paese. Il risultato è anche una carestia catastrofica nella quale muoiono decine di milioni di persone. Nel 1966 comincia la Rivoluzione Culturale. Arrivano persecuzioni, umiliazioni pubbliche, violenze, distruzione di patrimoni culturali. Scuole e università vengono sconvolte, milioni di vite travolte dalla lotta politica. Il culto di Mao raggiunge dimensioni quasi religiose proprio mentre le conseguenze delle sue scelte diventano più drammatiche.
Cinquant’anni dopo
C’è infine un paradosso. La Cina di oggi non è comprensibile senza la rivoluzione di Mao. Ma la sua straordinaria crescita economica comincia soprattutto dopo la sua morte, quando Deng Xiaoping abbandona progressivamente una parte essenziale del modello economico maoista e apre il paese al mercato. Il ritratto di Mao domina ancora piazza Tiananmen. Il fondatore rimane al centro della narrazione ufficiale cinese. A cinquant’anni dalla sua morte, però, la storia permette di guardare oltre il ritratto.
Mao ricostruisce uno Stato e restituisce alla Cina un ruolo nel mondo. Costruisce anche uno dei più potenti miti politici del Novecento. Separare quel mito dalla storia significa riconoscere entrambi i risultati. E non dimenticare l’immenso prezzo umano pagato quando l’utopia diventa potere.