Le matite spezzate. Cinquant’anni dopo quella notte

Federico Tantillo
Accade oggi
16/09/2026

La Plata, settembre 1976

Hanno sedici, diciassette, diciotto anni. Frequentano le scuole superiori di La Plata, una sessantina di chilometri da Buenos Aires. Discutono di politica, partecipano alle organizzazioni studentesche, manifestano. L'Argentina è entrata da pochi mesi nella stagione più buia della sua storia. Il 24 marzo 1976 un colpo di Stato ha rovesciato Isabel Perón e consegnato il Paese alla giunta militare guidata da Jorge Rafael Videla.

Comincia la guerra sporca. Arresti clandestini, torture, omicidi. E una parola destinata a diventare tragicamente argentina: desaparecidos. Persone prelevate dalle proprie case e semplicemente fatte scomparire. Nella notte del 16 settembre tocca agli studenti.

La polizia della provincia di Buenos Aires entra nelle loro abitazioni e li porta via. Altri vengono sequestrati nei giorni immediatamente successivi. Sono condotti nei centri clandestini di detenzione, interrogati, torturati. Sei di quei ragazzi non torneranno mai.


Non soltanto un biglietto dell'autobus

Questa storia verrà ricordata soprattutto per una battaglia: quella per il boleto estudiantil, la tariffa agevolata sui trasporti pubblici per gli studenti. È vero. Molti di quei ragazzi avevano partecipato alle manifestazioni che l'anno precedente avevano ottenuto quell'agevolazione. Ma cinquant'anni dopo sappiamo che fermarsi qui significa raccontare soltanto una parte della storia.

Lo ha spiegato anche Emilce Moler, una delle sopravvissute: durante gli interrogatori non le chiedevano del biglietto dell'autobus. La perseguitavano per la sua militanza politica. Molti appartenevano alla Unión de Estudiantes Secundarios, altri alla sinistra rivoluzionaria. Avevano idee, organizzavano assemblee, immaginavano un paese diverso. Erano ragazzi che facevano politica. Ed è forse questo l'aspetto più inquietante della Notte delle matite spezzate: una dittatura che considera pericoloso persino il desiderio degli adolescenti di partecipare alla vita pubblica.


Quando la memoria diventa cinema

Dieci anni dopo, nel 1986, quella storia arriva nelle sale cinematografiche. La noche de los lápices, diretto da Héctor Olivera, nasce dal libro-inchiesta di María Seoane e Héctor Ruiz Núñez e dalla testimonianza di Pablo Díaz, uno dei sopravvissuti.

È un film duro. Necessariamente duro. L'Argentina è tornata alla democrazia soltanto da tre anni. Il processo alle giunte militari si è concluso pochi mesi prima. Le ferite sono ancora aperte, i desaparecidos continuano a essere cercati dalle loro famiglie. Il film mostra i ragazzi prima del sequestro, la scuola, le manifestazioni, gli amori, le discussioni. Poi irrompono la notte, le bende sugli occhi, le celle, le torture.

Per moltissime persone, anche fuori dall'Argentina, saranno proprio quelle immagini a dare un volto alla repressione della dittatura. Il cinema compie così una delle cose che sa fare meglio: trasforma i numeri in persone. Non più soltanto migliaia di desaparecidos. Claudia. Claudio. Horacio. Daniel. Francisco. Ragazzi.


Cinquant'anni dopo

Il tempo, però, permette anche di guardare un film storico con occhi nuovi. La ricostruzione del 1986 insiste molto sulla battaglia per il biglietto studentesco. Le testimonianze e gli studi successivi hanno restituito un quadro più complesso: quei giovani furono perseguitati all'interno di un sistema repressivo che voleva cancellare ogni possibile opposizione politica. Questa precisazione non diminuisce la forza del film. Semmai rende ancora più importante continuare a vederlo, sapendo distinguere la memoria, la rappresentazione cinematografica e la ricerca storica.

Oggi sono passati cinquant'anni da quella notte. Quei ragazzi avrebbero oggi più o meno l'età dei loro nonni di allora. Non possiamo sapere quali idee avrebbero conservato, quali avrebbero cambiato, che cosa avrebbero fatto delle loro vite. Ed è anche questo che significa far scomparire una persona: cancellare non soltanto ciò che è, ma tutto ciò che avrebbe potuto diventare.

Rimane però un'immagine. Le matite. Servono per scrivere, disegnare, correggere. Si possono cancellare le parole e ricominciare. Sono uno degli oggetti più semplici che accompagnano la vita di uno studente. Forse per questo sono diventate un simbolo così potente. Una matita può essere spezzata. Quello che qualcuno ha cominciato a scrivere, molto più difficilmente.