Laura Morante. Settanta e non vederli

Federico Tantillo
Accade oggi
21/08/2026

Monteverde, Moretti, Morante. Tre "emme" che definiscono una stagione della vita


Laura Morante compie settant'anni oggi, 21 agosto. E per me è difficile raccontarla cominciando dalla sua carriera. Devo cominciare da Monteverde. Monteverde è un quartiere particolare, forse persino un po' magico. Sopra c'è il Gianicolo, con i busti dei garibaldini caduti difendendo la Repubblica Romana. Nelle sue strade hanno vissuto Pier Paolo Pasolini e Giorgio Caproni. Nanni Moretti ci abita da quando ero adolescente. E proprio al liceo Manara, la mia scuola dal 1977 al 1982, Moretti girò alcune scene di Sogni d'oro. Era il 1981. Nel film c'era anche una giovanissima Laura Morante, Silvia.

Tre anni dopo arriva Bianca. Lo amai moltissimo. Moretti è Michele Apicella, professore di matematica in una scuola surreale; Laura è Bianca, la collega della quale si innamora. Siamo nel 1984, e quel film finisce per intrecciarsi anche con un momento importante della mia vita, un fidanzamento importante di quegli anni, con una ragazza che conosco all'università, esule cilena (c'è stato un tempo in cui gli italiani erano orgogliosi di accogliere chi fuggiva da guerre, dittature, carestie). Ci sono film che ricordiamo per quello che raccontano e altri che, senza volerlo, diventano parte di ciò che stiamo vivendo. Bianca, per me, appartiene anche a questa seconda categoria. In quegli anni Laura Morante la vidi un paio di volte dalle parti di viale di Villa Pamphili, dietro casa mia. Non so neppure quanto abbia abitato lì. Ricordo però perfettamente l'effetto che mi fece. Rimasi incantato. Avevo poco più di vent'anni e Laura Morante mi piaceva moltissimo. Ero innamorato del suo collo. Può sembrare un particolare curioso. Ma la memoria della giovinezza funziona anche così: trattiene dettagli apparentemente insignificanti che, più di quarant'anni dopo, non sappiamo più spiegare. E proprio per questo, forse, raccontano qualcosa che una biografia non potrebbe raccontare.



Un'attrice italiana, un'attrice europea


Naturalmente Laura Morante era, ed è, molto più della ragazza bellissima che vidi un paio di volte per strada. La sua è una carriera lunga, rigorosa e soprattutto poliedrica. Prima del cinema ci sono la danza e il teatro, giovanissima, con Carmelo Bene. Poi Giuseppe Bertolucci, Bernardo Bertolucci, Gianni Amelio, Nanni Moretti. Fin dagli inizi emerge una qualità particolare: una recitazione che sembra trattenere sempre qualcosa. Inquieta, passionale, austera. Tre aggettivi che racchiudono la cifra della sua arte. Morante può essere fragile e durissima, ironica e dolorosa, elegante senza mai diventare distante. Ha saputo attraversare il cinema d'autore e la commedia, il teatro e la televisione, ruoli drammatici e brillanti. Non ha bisogno di occupare la scena. Spesso le basta uno sguardo.

E la sua non è soltanto una storia italiana. Dalla metà degli anni Ottanta si trasferisce a Parigi e la sua carriera comincia a dividersi stabilmente tra Italia e Francia, aprendosi poi al cinema europeo e internazionale. Non è semplicemente un'attrice italiana chiamata occasionalmente all'estero: entra davvero in un altro mondo cinematografico e costruisce una seconda carriera. In Italia lavora con registi diversissimi: da Salvatores a Virzì, da Faenza a Muccino, da Avati a Verdone. All'estero John Malkovich la dirige nel suo esordio alla regia, The Dancer Upstairs, accanto a Javier Bardem. Alain Resnais, uno dei grandi maestri del cinema europeo, la sceglie per Cœurs: l'interpretazione le vale il premio come migliore attrice alla Mostra del cinema di Venezia.

E naturalmente c'è ancora Moretti. Nel 2001, vent'anni dopo Sogni d'oro, torna con lui ne La stanza del figlio. È una madre attraversata dal dolore più innaturale, la perdita di un figlio. Un'interpretazione intensa proprio perché controllata, che le vale il David di Donatello e il Nastro d'Argento. Il film conquista la Palma d'oro a Cannes. A quel punto quella ragazza che avevo conosciuto attraverso i primi film di Moretti era diventata qualcosa che nel nostro cinema non è poi così frequente. Una grande attrice italiana. E, nello stesso tempo, una grande attrice europea.



Settant'anni, senza fermarsi


Eppure neppure questo basta a raccontarla. Perché Laura Morante non si è accontentata di essere un'interprete affermata. È tornata al teatro, ha scritto, si è cimentata nella narrativa. E a più di cinquant'anni ha deciso di passare dall'altra parte della macchina da presa, debuttando nella regia cinematografica con Ciliegine e tornando poi a dirigere e interpretare Assolo. Ancora una volta una strada diversa. Forse è questo uno degli aspetti della sua carriera che affascina di più: la curiosità. La capacità di non restare prigioniera neppure del proprio successo, di attraversare linguaggi, paesi e registri differenti mantenendo una cifra personale riconoscibile.

Io, però, quando penso a Laura Morante torno inevitabilmente indietro. A Monteverde. Al Manara. A Moretti. A Sogni d'oro. E soprattutto a Bianca. Ci sono attori che ricordiamo per un film. Altri per un personaggio. Altri ancora finiscono per legarsi a un periodo della nostra vita e, quando li rivediamo molti anni dopo, ci restituiscono qualcosa di noi stessi. Laura Morante per me appartiene a quest'ultima categoria. Forse è per questo che il suo settantesimo compleanno mi fa uno strano effetto. Perché inevitabilmente misura anche il tempo trascorso da allora. Lei è diventata una delle attrici italiane più importanti della sua generazione. Ha attraversato cinema e teatro, l'Italia e la Francia, la recitazione e la regia, continuando a cercare e a mettersi alla prova. Io non ho più vent'anni. Quel 1984 è lontanissimo, eppure presente. Bianca continuo ad amarlo moltissimo. E, incredibilmente, il ricordo di quel collo non declina.