Clinton compie 80 anni: bei tempi, più o meno

Bill Clinton compie oggi ottant'anni e, forse, il modo più interessante per ricordarlo non è chiedersi che tipo di "America" rappresentasse. Perché Clinton appartiene a un mondo politico che, oggi, sembra quasi archeologico. Un tempo in cui un democratico poteva parlare di diritti sociali e contemporaneamente di responsabilità individuale, sostenere il mercato senza consegnarsi completamente al mercato, difendere il welfare e insieme riformarlo, parlare alla sinistra senza rinunciare a conquistare il centro.
Era l'America degli anni Novanta, uscita dalla Guerra fredda e convinta che la storia avesse finalmente smesso di essere drammatica, almeno per lei e, forse, per alcuni dei sui alleati. Un'America trionfante ma terrorizzata dal costo di quella vittoria oltre che prospera, tecnologica, globalizzata e ottimista. Un'America nella quale il conflitto politico non era, ancora, diventato una guerra culturale permanente.
Clinton arrivò alla Casa Bianca nel 1993 presentandosi come un "New Democrat": Non il democratico tradizionale ma, anche o neppure, un repubblicano moderato. La sua scommessa consisteva nel prendere alcune intuizioni della destra e ricondurle dentro un progetto progressista. Legge e ordine, responsabilità personale, disciplina fiscale, riforma del welfare, commercio internazionale: temi che la sinistra americana aveva spesso guardato con sospetto. Contemporaneamente, però, rimanevano centrali l'intervento pubblico, la tutela delle minoranze, i diritti civili, la regolazione del mercato e l'idea che lo Stato avesse una responsabilità nella crescita economica.
Clinton fu probabilmente uno dei più riusciti interpreti americani della cosiddetta "Third Way", una posizione che cercava di superare la vecchia contrapposizione tra Stato e mercato, tra liberalismo sociale e conservatorismo economico. William Galston, uno degli uomini della sua stagione politica, ha descritto quella esperienza come un'agenda di governo diversa tanto dal tradizionale programma democratico quanto dal conservatorismo repubblicano.
Naturalmente, questa lettura non deve diventare una, sciocca, nostalgia. Il compromesso Clinton ebbe costi enormi. La riforma del welfare del 1996 ridusse significativamente la tradizionale assistenza federale e introdusse il principio del welfare to work. La legge sul crimine del 1994 contribuì alla stagione americana dell'inasprimento penale. E il NAFTA, firmato da Clinton nel 1993, rappresentò una delle grandi vittorie della globalizzazione commerciale, ma provocò fortissime opposizioni nel movimento sindacale e nella stessa sinistra democratica.
C'è poi il lato oscuro della parabola di Clinton, quello degli scandali sessuali e dei rapporti con ambienti controversi, che rende ancora più difficile qualsiasi celebrazione nostalgica della sua presidenza. Dalle accuse di Paula Jones alla relazione con Monica Lewinsky, che sfociò nel procedimento di impeachment del 1998 per spergiuro e ostruzione della giustizia, fino alla più recente vicenda degli Epstein files. I documenti pubblicati hanno confermato rapporti sociali e contatti tra Clinton e Jeffrey Epstein, inclusi riferimenti a voli e fotografie. Clinton ha negato di essere stato a conoscenza delle attività criminali di Epstein e nel 2026 ha testimoniato davanti alla Camera nell'ambito dell'inchiesta.
Il paradosso è proprio questo: molte delle cose che, oggi, vengono rimproverate a Clinton sono precisamente quelle che allora gli permisero di vincere, scandali a sfondo sessuale esclusi. La sua amministrazione riuscì a combinare crescita economica, riduzione del deficit e un'espansione della prosperità che avrebbe caratterizzato gran parte degli anni Novanta. Nel 1992 il deficit federale era di circa 290 miliardi di dollari; nel 1999 il bilancio registrava invece un surplus di 124 miliardi. Sarebbe però semplicistico attribuire tutto questo alla presidenza: la crescita derivò da fattori economici più ampi, dalla rivoluzione tecnologica alla dinamica dei mercati.
Eppure quella prosperità produsse anche la contraddizione che sarebbe esplosa negli anni successivi.La globalizzazione che arricchiva l'America contribuiva anche a trasformare il lavoro americano. La rivoluzione digitale prometteva libertà e contemporaneamente inaugurava forme nuove di controllo. Il mercato diventava sempre più efficiente mentre intere comunità iniziavano a sentirsi inutili. La politica si spostava verso il centro mentre, sotto la superficie, crescevano risentimenti che avrebbero trovato altri interpreti. Clinton fu anche l'uomo che riuscì a sopravvivere all'assalto della destra radicale. Dopo la vittoria repubblicana del 1994, il Congresso passò nelle mani del GOP per la prima volta in quarant'anni. Arrivarono gli scandali, Whitewater, le battaglie sul bilancio, lo shutdown del governo e infine l'impeachment legato al caso Monica Lewinsky. E tuttavia Clinton venne rieletto nel 1996.
Forse perché, al netto di tutto, la maggioranza degli americani non voleva, ancora, scegliere una guerra ideologica. Guardando l'America contemporanea, viene quasi da chiedersi: forse Clinton era davvero il "meno peggio"?
Non perché fosse innocente, né perché il suo modello fosse privo di colpe. Ma perché riusciva a fare una cosa che oggi sembra quasi impossibile: parlare simultaneamente a mondi diversi senza pretendere che uno dovesse necessariamente distruggere l'altro.
La destra di oggi ha radicalizzato alcuni elementi del conservatorismo degli anni Ottanta e Novanta. La sinistra ha reagito radicalizzando, a sua volta, la propria identità. In mezzo è rimasto uno spazio enorme. Quello occupato dall'elettore che vuole protezione sociale ma non vuole abolire il mercato, che vuole sicurezza ma non vuole uno Stato autoritario, che vuole diritti ma non necessariamente una politica costruita esclusivamente sull'identità; che vuole globalizzazione ma non vuole essere sacrificato ad essa.
Ottant'anni dopo la sua nascita, resta quindi una domanda scomoda. Se Clinton era il compromesso possibile tra due Americhe, cosa succede quando quelle due Americhe decidono che compromettersi non è più possibile?
Forse, più che nostalgia per Clinton, quello che proviamo è nostalgia per l'idea stessa che avere torto a metà potesse essere preferibile all'avere ragione da soli.